Alberto se ne stava lì, indugiando seduto sul bordo del letto, immobile e pensieroso, il telecomando penzolante da una mano, lo sguardo fisso al televisore dove erano appena passate le immagini della conferenza.
Aveva aspettato l'ora del telegiornale per accendere la TV, certo che si sarebbe rivisto, fosse anche solo per la mielosa intervista che aveva dovuto rilasciare, alla fine di tutto, alla vezzeggiante e vanitosa giornalista che gli puntava un orrendo microfono al volto e gli faceva domande allucinanti su argomenti irrilevanti. Infatti, delle oltre due ore di brillanti esposizioni, teoremi, dimostrazioni, elucubrazioni, ragionamenti e discernimenti che Alberto aveva dispensato alla erudita platea, il servizio comprendeva solo quella ridicola intervista finale. Ma era pur sempre sulla TV nazionale, meglio che niente, ed inoltre non aveva nessun bisogno di rivedersi ancora: aveva provato e riprovato la conferenza almeno quindici volte prima di partire per Milano ed almeno altre tre volte si era rivisto al computer, saltellando velocemente avanti e indietro sulle riprese che l'organizzazione gli aveva fornito al termine. C'era di che essere soddisfatti: un successo enorme, una dimostrazione di brillantezza intellettuale, di originalità e di metodo. Una carriera, già prodigiosa fino ad ora, destinata a decollare ulteriormente. Chiunque avrebbe potuto ritenersi decisamente felice.
Eppure..., eppure Alberto aveva ancora un nodo in gola, una punta di amaro in bocca, qualcosa che sembrava stonare con tutto il resto e, seppure piccola macchia in un quadro maestoso, lo rovinava irrimediabilmente. Sullo schermo scorrevano immagini di donne rese bellissime e seducenti da profumi con esotici nomi, automobili che promettevano felicità e godimento di gran lunga superiori a quello delle donne profumate, bambini sorridenti che mangiavano velenose merendine e spacciavano allegria in omaggio con le loro schifezze. Alberto aveva già abbassato il volume in precedenza, per non sentire la stridula voce della giornalista, e ora neppure vedeva le patinate scene che gli passavano davanti agli occhi. La sua mente era impegnata altrove, dispersa e distratta da altre immagini che non corrispondevano per nulla a quelle del televisore, e che ad esse virtualmente si sovrapponevano.
Non avrebbe mai pensato che ora, proprio dopo il maggiore successo della sua vita, proprio adesso che tutto stava concorrendo nella direzione da lui sempre cercata, proprio adesso si riaffacciasse così prepotentemente, nei suoi pensieri, l'immagine di Agnese. Eppure avrebbe dovuto prevederlo; anche su questo si era fatto un piano, una dettagliata previsione: la settimana precedente l'aveva invitata a cena, si era preparato frasi già sperimentate con altre ragazze e in occasioni più o meno simili, una buona dose di scuse, una parvenza di magnanimità a mascherare la paura fottuta che Agnese, proprio lei, proprio quella donna lì, gli aveva sempre suscitato. Ma era certo di poter giocare sul sicuro: era stata lei stessa, no? a fargli sapere, mesi prima, che non le sarebbe dispiaciuta, allora, una storia insieme, dopo tante sofferenze da lei patite. Allora lui l'aveva tratta con indifferenza, distacco e superiorità, quasi a volerle fare intendere quanto stupide siano queste umane attività, e perciò ferendola ancora, mortalmente. Ma in ogni caso non poteva esserci alcun problema neanche stavolta, e una ricarica extra per il proprio ego non avrebbe fatto male, magari in previsione di un successo della conferenza minore di quello atteso.
Alberto era andato a quell' appuntamento, a quella cena, come fosse un’altra qualsiasi delle sue erudite letture: una sfida interessante, stimolante, persino spaventosa per certi aspetti, ma niente che la sua brillante mente non potesse gestire e convogliare là dove avrebbe meglio giovato alla propria stima di sè. E ne era uscito assolutamente identico a come ci era andato, all'apparenze indenne e perfettamente immutato, anzi, baldanzoso e fiero dell'ennesima conferma della propria forza morale, nonchè del proprio fascino.
Ma come ogni umano progetto costruito sulla sabbia delle proprie ambizioni, anche questo era miseramente naufragato. Alberto non se ne era reso conto, non ancora per lo meno, nè dell'insuccesso di quella sera nè della portata che stava per avere su ben altri suoi progetti, ora tutti così apparentemente perfetti e riusciti. Ma questo tarlo stava rodendo piano piano, facendosi strada inesorabile, e nemmeno una mente controllata come la sua pareva poterlo relegare e contenere innocuo in un alveo definito.
Le immagini che gli scorrevano davanti agli occhi, dentro agli occhi, nel più profondo dei più sicuri spazi della propria psiche, erano quelle di una meravigliosa donna che gli stava seduta di fronte. Una donna all'apparenza fragile, insicura, piena di domande, piena di dubbi e di parole con cui riempire ogni spazio di una conversazione; una donna che sembrava nascondere, nel mare di queste parole, la paura di una pausa, di un momento di attesa in cui avrebbe potuto inserirsi un gesto, un movimento, una carezza, un abbraccio, un bacio.
Alberto non lo sapeva di certo, tutto preso da se stesso e dai propri pensieri, ma forse la donna che aveva davanti era veramente così, era veramente simile al disegno che se ne era fatto. Quello di cui non avrebbe mai potuto rendersi conto, di cui non si era reso conto fino ad ora, è che quella donna era certamente così, ma al tempo stesso era tanto di più.
Quel "tanto" affiorava in ognuna delle mille espressioni del suo viso, si faceva largo in ciascuno degli sguardi che gli occhi curiosi e penetranti rivolgevano all'interlocutore, ad Alberto, quella sera e persino ora nella sua memoria. Quella parte di donna sconosciuta prorompeva nel movimento nervoso e veloce delle mani, nelle lunghe dita affusolate che si muovevano come dotate di vita autonoma l'una dalle altre, come quelle di un pianista, e che contornavano, evidenziavano e sottolineavano le espressioni, gli sguardi, il movimento della testa, l'ondeggiare dei capelli davanti agli occhi prima che la mano li spostasse. Anzi, di più; le sue mani parlavano, come e persino di più delle mille parole che uscivano dalla sua bocca.
E rivelavano certezza oltre la paura, desiderio oltre la quiete, passione dietro al pudore, sorriso dietro alle lacrime, un amore immenso per la vita, pure in mezzo alla delusione.
Alberto non aveva mai conosciuto, prima di allora, la sensazione che lo stava prendendo ora, ripensando a tutto questo. Forse nemmeno riusciva a formulare, la sua mente così razionalmente lucida e perfetta, tutte le possibilità e le contraddizioni, tutta la vita e la gioia che quella donna avrebbe potuto significare per lui. Avrebbe dovuto essere più libero, lui, per potersene accorgere. Le sue catene, invece, la sua geometria del cosmo, le regole prestabilite alle quali avrebbe voluto soggiacesse ogni istante dell'universo, gli impedivano di percepire una qualsiasi parvenza di amore. Nè il suo proprio amore, offuscato dalla disperata ricerca di considerazione verso se stesso, né tanto meno quello sconfinato di Agnese, che, pur avendoglielo offerto senza misura e senza ricompensa, ne avanzava ancora così tanto da traboccare per ogni altra creatura che aveva intorno.
E mentre si rendeva conto che avrebbe voluto, anzi no, desiderato disperatamente che lei fosse la donna che ora, faticosamente, gli sembrava che fosse, proprio allora cominciava a rendersi conto che pure lei fingeva, pure lei aveva mentito per attrarlo, pure lei aveva nascosto se stessa per non svelarsi veramente. E lo aveva fatto portando lui, Alberto, a rivelarsi completamente in ogni sua minima debolezza, sottraendogli il suo scudo per usarlo su di sè, senza che quasi se ne accorgesse, lasciandolo convinto di essere il cacciatore ed essendo in realtà la preda.
Una sola parola avrebbe potuto descrivere la situazione di Alberto, al termine della giornata apparentemente più felice, triste, della sua vita: solitudine.
Una desolante e triste solitudine si faceva percepire e distinguere in quella mente lucida: era la sensazione che l'amore più vero, la maestosa imperfezione del cosmo, un' imprevisto raggiante di vita fosse passato un giorno nella sua vita, e avesse offerto a lui, proprio a lui, Alberto, la propria mano, il proprio abbraccio, il proprio sorriso, la propria promessa, per andarsene poi corrotto dalle menzogne di ognuna delle parti.
Il telecomando scivolò dalle mani e Alberto si lascio cadere all'indietro, sul letto. Una buona dormita avrebbe cancellato tutto, la sua mente avrebbe trovato una soluzione a tutto questo, domani. Domani.
Buonanotte.