venerdì, 30 ottobre 2009
bar sopra il mare

Alberto se ne stava lì, indugiando seduto sul bordo del letto, immobile e pensieroso, il telecomando penzolante da una mano, lo sguardo fisso al televisore dove erano appena passate le immagini della conferenza.
Aveva aspettato l'ora del telegiornale per accendere la TV, certo che si sarebbe rivisto, fosse anche solo per la mielosa intervista che aveva dovuto rilasciare, alla fine di tutto, alla vezzeggiante e vanitosa giornalista che gli puntava un orrendo microfono al volto e gli faceva domande allucinanti su argomenti irrilevanti. Infatti, delle oltre due ore di brillanti esposizioni, teoremi, dimostrazioni, elucubrazioni, ragionamenti e discernimenti che Alberto aveva dispensato alla erudita platea, il servizio comprendeva solo quella ridicola intervista finale. Ma era pur sempre sulla TV nazionale, meglio che niente, ed inoltre non aveva nessun bisogno di rivedersi ancora: aveva provato e riprovato la conferenza almeno quindici volte prima di partire per Milano ed almeno altre tre volte si era rivisto al computer, saltellando velocemente avanti e indietro sulle riprese che l'organizzazione gli aveva fornito al termine. C'era di che essere soddisfatti: un successo enorme, una dimostrazione di brillantezza intellettuale, di originalità e di metodo. Una carriera, già prodigiosa fino ad ora, destinata a decollare ulteriormente. Chiunque avrebbe potuto ritenersi decisamente felice.
Eppure..., eppure Alberto aveva ancora un nodo in gola, una punta di amaro in bocca, qualcosa che sembrava stonare con tutto il resto e, seppure piccola macchia in un quadro maestoso, lo rovinava irrimediabilmente. Sullo schermo scorrevano immagini di donne rese bellissime e seducenti da profumi con esotici nomi, automobili che promettevano  felicità e godimento di gran lunga superiori a quello delle donne profumate, bambini sorridenti che mangiavano velenose merendine e spacciavano allegria in omaggio con le loro schifezze. Alberto aveva già abbassato il volume in precedenza, per non sentire la stridula voce della giornalista, e ora neppure vedeva le patinate scene che gli passavano davanti agli occhi. La sua mente era impegnata altrove, dispersa e distratta da altre immagini che non corrispondevano per nulla a quelle del televisore, e che ad esse virtualmente si sovrapponevano.
Non avrebbe mai pensato che ora, proprio dopo il maggiore successo della sua vita, proprio adesso che tutto stava concorrendo nella direzione da lui sempre cercata, proprio adesso si riaffacciasse così prepotentemente, nei suoi pensieri, l'immagine di Agnese. Eppure avrebbe dovuto prevederlo; anche su questo si era fatto un piano, una dettagliata previsione: la settimana precedente l'aveva invitata a cena, si era preparato frasi già sperimentate con altre ragazze e in occasioni più o meno simili, una buona dose di scuse, una parvenza di magnanimità a mascherare la paura fottuta che Agnese, proprio lei, proprio quella donna lì, gli aveva sempre suscitato. Ma era certo di poter giocare sul sicuro: era stata lei stessa, no? a fargli sapere, mesi prima, che non le sarebbe dispiaciuta, allora, una storia insieme, dopo tante sofferenze da lei patite. Allora lui l'aveva tratta con indifferenza, distacco e superiorità, quasi a volerle fare intendere quanto stupide siano queste umane attività, e perciò ferendola ancora, mortalmente. Ma in ogni caso non poteva esserci alcun problema neanche stavolta, e una ricarica extra per il proprio ego non avrebbe fatto male, magari in previsione di un successo della conferenza minore di quello atteso.
Alberto era andato a quell' appuntamento, a quella cena, come fosse un’altra qualsiasi delle sue erudite letture: una sfida interessante, stimolante, persino spaventosa per certi aspetti, ma niente che la sua brillante mente non potesse gestire e convogliare là dove avrebbe meglio giovato alla propria stima di sè. E ne era uscito assolutamente identico a come ci era andato, all'apparenze indenne e perfettamente immutato, anzi, baldanzoso e fiero dell'ennesima conferma della propria forza morale, nonchè del proprio fascino.
Ma come ogni umano progetto costruito sulla sabbia delle proprie ambizioni, anche questo era miseramente naufragato. Alberto non se ne era reso conto, non ancora per lo meno, nè dell'insuccesso di quella sera nè della portata che stava per avere su ben altri suoi progetti, ora tutti così apparentemente perfetti e riusciti. Ma questo tarlo stava rodendo piano piano, facendosi strada inesorabile, e nemmeno una mente controllata come la sua pareva poterlo relegare e contenere innocuo in un alveo definito.
Le immagini che gli scorrevano davanti agli occhi, dentro agli occhi, nel più profondo dei più sicuri spazi della propria psiche, erano quelle di una meravigliosa donna che gli stava seduta di fronte. Una donna all'apparenza fragile, insicura, piena di domande, piena di dubbi e di parole con cui riempire ogni spazio di una conversazione; una donna che sembrava nascondere, nel mare di queste parole, la paura di una pausa, di un momento di attesa in cui avrebbe potuto inserirsi un gesto, un movimento, una carezza, un abbraccio, un bacio.
Alberto non lo sapeva di certo, tutto preso da se stesso e dai propri pensieri, ma forse la donna che aveva davanti era veramente così, era veramente simile al disegno che se ne era fatto. Quello di cui non avrebbe mai potuto rendersi conto, di cui non si era reso conto fino ad ora, è che quella donna era certamente così, ma al tempo stesso era tanto di più.
Quel "tanto" affiorava in ognuna delle mille espressioni del suo viso, si faceva largo in ciascuno degli sguardi che gli occhi curiosi e penetranti rivolgevano all'interlocutore, ad Alberto, quella sera e persino ora nella sua memoria. Quella parte di donna sconosciuta prorompeva nel movimento nervoso e veloce delle mani, nelle lunghe dita affusolate che si muovevano come dotate di vita autonoma l'una dalle altre, come quelle di un pianista, e che contornavano, evidenziavano e sottolineavano le espressioni, gli sguardi, il movimento della testa, l'ondeggiare dei capelli davanti agli occhi prima che la mano li spostasse. Anzi, di più; le sue mani parlavano, come e persino di più delle mille parole che uscivano dalla sua bocca.
E rivelavano certezza oltre la paura, desiderio oltre la quiete, passione dietro al pudore, sorriso dietro alle lacrime, un amore immenso per la vita, pure in mezzo alla delusione.
Alberto non aveva mai conosciuto, prima di allora, la sensazione che lo stava prendendo ora, ripensando a tutto questo. Forse nemmeno riusciva a formulare, la sua mente così razionalmente lucida e perfetta, tutte le possibilità e le contraddizioni, tutta la vita e la gioia che quella donna avrebbe potuto significare per lui. Avrebbe dovuto essere più libero, lui, per potersene accorgere. Le sue catene, invece, la sua geometria del cosmo, le regole prestabilite alle quali avrebbe voluto soggiacesse ogni istante dell'universo, gli impedivano di percepire una qualsiasi parvenza di amore. Nè il suo proprio amore, offuscato dalla disperata ricerca di considerazione verso se stesso, né tanto meno quello sconfinato di Agnese, che, pur avendoglielo offerto senza misura e senza ricompensa, ne avanzava ancora così tanto da traboccare per ogni altra creatura che aveva intorno.
E mentre si rendeva conto che avrebbe voluto, anzi no, desiderato disperatamente che lei fosse la donna che ora, faticosamente, gli sembrava che fosse, proprio allora cominciava a rendersi conto che pure lei fingeva, pure lei aveva mentito per attrarlo, pure lei aveva nascosto se stessa per non svelarsi veramente. E lo aveva fatto portando lui, Alberto, a rivelarsi completamente in ogni sua minima debolezza, sottraendogli il suo scudo per usarlo su di sè, senza che quasi se ne accorgesse, lasciandolo convinto di essere il cacciatore ed essendo in realtà la preda.
Una sola parola avrebbe potuto descrivere la situazione di Alberto, al termine della giornata apparentemente più felice, triste, della sua vita: solitudine.
Una desolante e triste solitudine si faceva percepire e distinguere in quella mente lucida: era la sensazione che l'amore più vero, la maestosa imperfezione del cosmo, un' imprevisto raggiante di vita fosse passato un giorno nella sua vita, e avesse offerto a lui, proprio a lui, Alberto, la propria mano, il proprio abbraccio, il proprio sorriso, la propria promessa, per andarsene poi corrotto dalle menzogne di ognuna delle parti.
Il telecomando scivolò dalle mani e Alberto si lascio cadere all'indietro, sul letto. Una buona dormita avrebbe cancellato tutto, la sua mente avrebbe trovato una soluzione a tutto questo, domani. Domani.
Buonanotte.
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martedì, 29 settembre 2009
bene
 
Agnese aprì faticosamente gli occhi e li incrociò con quelli del gatto, puntati su di lei, mentre lui se ne stava acquattato sopra il letto a miagolare reclamando la colazione.
Il marito era già uscito da un pezzo, lasciando come al solito il disordine sul tavolo della cucina e un biglietto affettuoso nel cesto del pane.
I figli ancora dormivano di un sonno profondo e ristoratore, in attesa di essere svegliati dalla madre e di prepararsi per la propria mattinata di scuola.
Agnese respinse la tentazione di riavvolgersi dentro alle coperte e aspettare il suono della sveglia che, comunque, avrebbe tardato non più di qualche minuto.
Guardò il gatto negli occhi, assolutamente certa che lui avrebbe colto l’espressione di rimprovero negli occhi della sua padrona.
Quando Agnese fece l’ultimo, risolutivo gesto di spalancare le coperte e accingersi ad alzarsi, l’animale sgattaiolò in cucina, pronto per il primo pasto della giornata. E infatti Agnese scelse, come primo gesto, proprio quello di rovesciare un po’ di croccantini nella ciotola di fianco alla lettiera.
Il gatto era sistemato.
Agnese gettò uno sguardo all’orologio che di lì a poco, pensava, avrebbe fatto suonare la sveglia, e si accorse con un moto di fastidio che la sveglia era spenta e l’orario a cui svegliare i bambini era già passato da un pezzo.
Si precipitò nella loro camera da letto e cominciò affannosamente a darsi da fare per svegliarli e  rimediare al ritardo.
Una volta svegli i bambini si alzarono e si diressero insieme in bagno, mentre Agnese ritornò in cucina a sistemare il disordine lasciato dal marito e preparò una veloce colazione per i figli.
A loro volta i bambini uscirono dal bagno e si avviarono verso la cucina con gli occhi ancora semisocchiusi per il brusco risveglio.Mangiarono distrattamente qualche biscotto, bevvero ciascuno la propria tazza di latte e cioccolato, poi si diressero di nuovo verso la camera dove, nel frattempo, la madre aveva preparato i vestiti da indossare.
Tutto questo si svolse molto rapidamente e intanto si fece l’ora per Agnese di accompagnarli entrambi sotto casa, aspettando insieme a loro lo scuolabus.
Agnese era ancora in camicia da notte e faccia arruffata.La sua familiarità con il conducente del bus era tale che non sentiva il bisogno di mostrarsi con un aspetto migliore di quello. E poi, comunque, quel giorno non ci sarebbe stato il tempo per farlo.
Lo scuolabus arrivò in orario come sempre, Agnese baciò i bambini e se ne stette lì fino a vedere il mezzo scomparire in fondo alla strada.
Rientrò in casa, e appena ne varcò la soglia il gatto le si fece incontro strusciandosi contro le sue gambe e facendo le fusa, ruffiano come sempre, confidando in una razione supplementare di cibo.
Lei lo accontentò e così se lo tolse di torno ancora per qualche minuto.
Si guardò intorno e vide il consueto, familiare disordine che, come ogni mattina, prevaleva sul proprio desiderio di tornarsene a letto.
Decise che per quel giorno avrebbe solo riassettato i letti e messo in ordine la cucina, e avrebbe rimandato a quello successivo fatiche più impegnative.
Non aveva precise abitudini per i propri lavori domestici; si era convinta che per reggerne la fatica il modo migliore per sé era di affrontarli ogni giorno secondo lo spirito e la disponibilità del momento.
Tutto questo urtava terribilmente la sensibilità di altri familiari, a cominciare dalla suocera che, con la scusa di portarle qualche delizia gastronomica da lei confezionata, piombava all’improvviso in casa di Agnese e cominciava immancabilmente a lamentare l’assenza di una regola per l’ordine domestico, come a lei avevano insegnato da piccola, come ogni donna dovrebbe imparare a fare, come i giovani di oggi non erano abituati a sostenere, et cetera, et cetera …
Ma Agnese non era disposta a concedere che altri le dessero ordini in casa propria.
Quindi le fatiche domestiche di quel giorno non le portarono via più di mezz’ora, dopodichè Agnese decise di dedicarsi un po’ a stessa.
Aprì il rubinetto dell’acqua calda nella vasca da bagno e quando l’acqua ebbe raggiunto un livello accettabile vi si immerse dentro, circondata da nuvole di schiuma profumata.
Il torpore provocato dall’acqua calda e il benessere fluito dalla profumata schiuma la fecero piombare in uno stato in cui quasi nessun pensiero le si affacciava alla mente, e se anche lo avesse fatto ne sarebbe stato scansato con facilità.
In quello stato di beatitudine stette a lungo, dedicando lunghe cure ad ogni parte del proprio corpo, capelli compresi.
Alla fine, però, dovette suo malgrado alzarsi ed uscire.
Il piccolo bagno era invaso dall’umidità che, condensandosi sopra le superfici più fredde, aveva reso opachi le finestre e lo specchio.
Agnese si avvolse in un morbido asciugamano e si diresse al lavandino.
Da uno dei cassetti estrasse l’asciugacapelli, che usò contro la superficie del vetro per far sparire la condensa.In quel modo lo specchio rivelò a poco a poco l’immagine di Agnese, avvolta nell’asciugamano con i capelli bagnati e in attesa di essere asciugati.
Agnese guardò se stessa a lungo.
“Vuoi il mio dolore? E’ sempre stato tuo.”
 
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domenica, 27 settembre 2009
al monte delle fate

Il sole è alto ormai da ore, arroventa la stradina di sassi che corre diritta in mezzo al campo di grano quasi pronto per essere mietuto.
A quest'ora del giorno i rumori di questo mondo lontano, sperduto nel tempo e nella memoria, sono ormai quasi completamente affievoliti; i grilli hanno gracidato per tutta la notte e per buona parte della mattina, insieme al coro di ranocchie che occasionalmente traversano ancora la stradina per raggiungere l'argine del fiume più avanti; le rondini hanno lautamente cacciato ogni genere di insetto fino a che la calura glielo ha consentito, e ora riposano nei loro nidi di sterpi e fango al riparo dal sole cocente; ogni altro animale pare rispettare una consegna del silenzio dovuta più alla fatica di emettere ogni tipo di suono piuttosto che ad un qualche rituale segreto e fertile.
La campana in lontananza si appresta a battere le ore undici, entro le quali nei giorni feriali ogni persona fa ritorno alla propria casa a pranzare e a riposare, almeno fino pomeriggio inoltrato. Ma oggi è festa, la messa è stata assolta il mattino presto, come di consueto in questa stagione, e la campana ora si limita allo scorrere naturale del tempo più che invitare qualcuno ad una messa che non ci sarà, almeno fino a sera. Sembra questa, la campana, l'unico segno di attività umana, per così dire.
Ma dietro la porta del granaio c'è una attesa febbrile e spasmodica che pare impossibile possa appartenere a questo mondo di pace. Un bambino eccitatissimo, sorridente e spaventato, preoccupato ma felice, ha ricevuto il regalo più desiderato: la sua prima bicicletta. Papà gliel'ha comprata in inverno da un robivecchi e per tutta la primavera, sotto il suo sguardo, l'ha sistemata un po' alla volta: vernice, olio, i raggi delle ruote, gli pneumatici, il sellino imbottito, tutto rimesso a lucido per il grande evento.
Oggi si impara la bicicletta.
Si può descrivere l'attesa, la gioia, l'ansia, il timore, il desiderio? Si possono descrivere tutte queste cose quando, tutte insieme, prorompono sul volto di un bambino? Si può descrivere la speranza, il futuro, la vita, l'amore? Si possono descrivere tutte queste cose quando, tutte insieme, irrompono nella storia personale di un adolescente?
L'uomo invece sa cosa lo aspetta; almeno fino a un certo punto. Sa che cosa deve fare, quali indicazioni dare, quali parole usare. Ma il resto?
E' ora di montare in sella. L'uomo tiene la bicicletta per un braccio del manubrio, mentre l'altra mano sorregge il fondo del sellino; il bimbo è così libero di salire e mettere le mani sul manubrio ed entrambi i piedi sui pedali senza correre il rischio di perdere l'equilibrio. Bene, benissimo. Il bimbo sorride, poi ride di più. L'uomo comincia a camminare piano piano, sempre tenendo entrambe le mani sulla bicicletta. L'agitazione e la gioia del bambino crescono insieme alla piccola differenza di velocità; e anche l'uomo comincia a corricchiare un po'.
Bene, benissimo, ora è il momento. Prova tu. L'uomo molla le mani e il bambino prosegue. Non fa più di due metri che comincia a barcollare e, incapace di correggere l'equilibrio, crolla a terra incrociandosi con la disarticolata bicicletta. Prima di guardarsi mani o piedi il bambino alza lo sguardo tremante, certo che il papà lo rimprovererà per non essere stato capace di continuare da solo. Ma quello che vede lo lascia incredulo. Il papà gli si fa incontro sorridente e premuroso; gli controlla le braccia e le mani, si leva un fazzoletta dal taschino e gli pulisce il sangue che sgorga da un ginocchio sbucciato e, teneramente ma con decisione - riproviamo? -
La seconda volta va meglio. Ora il bimbo ha fatto cinque metri prima di fermarsi, ma con entrambi i piedi a terra e la bicicletta fra le gambe. L'uomo lo guarda con un sorriso di ammirazione e approvazione. E la terza volta è quella buona. Il bimbo ora pedala, una, due, dieci, cento volte, dritto lungo la stradina. Il padre lo rincorre un po', incredulo e preoccupato, poi rinuncia stanco, accaldato e soddisfatto, aspettando di vedere dove si fermi per andarlo a prendere e "girarlo" verso la direzione opposta. Di questo passo ci metterà un niente a imparare a curvare. E poi....
Io sono il narratore, sono il padre e sono il bimbo. Sono l'uomo a cui sono state affidate creature da mettere su una bicicletta, rivolta nella direzione di una luce risplendente da qualche parte lungo una stradina bianca. Impareranno a curvare, e allora niente potrà più rassicurarmi che continuino nella giusta direzione, nè che la ritrovino dopo averla deviata. Ma io sono anche il bimbo, che un padre premuroso ha messo su una bicicletta, un giorno di sole di tanto tempo fa, un giorno meraviglioso, indimenticabile. Della fiducia di quel padre che mi aspettava, dietro, ho dovuto dubitare, mio malgrado, anche se nulla era più splendente e grande dei suoi occhi. Io stesso, in sella a quella bici, ho tradito tante volte la fiducia dell'uomo che mi ci aveva messo. Ma della certezza di quella luce, da qualche parte lungo la stradina bianca, di quella non ho mai potuto dubitare, nemmeno quando avrei voluto. E questa luce ha dato un senso all'amore incostante di un padre, al desiderio felice di un bimbo, a ogni curva, ad ogni svolta, ad ogni strada, ad ogni ritorno

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giovedì, 24 settembre 2009

finestra sulla bellezza

Come un pugno di sabbia nel deserto. Come polvere di neve sulla cresta di un monte. Cinque minuti sono, rispetto alla vita, un quasi niente che passa inosservato. Trascurato. Voglio pensare al dopo. Voglio pensare al domani. Voglio vivere il giorno in cui la bellezza si mostrerà, maestosa e grata, come la donna del mio cuore. E ora sono qui, lungo un sentiero verso.... dove? Siamo tanti, siamo cento ragazzini paffuti che rumoreggiano su per la salita. E davanti a noi c'è un prete silenzioso. Rude, introverso, misterioso. Cammina a passo costante. Non veloce. Costante. Fra un passo e l'altro impiega sempre lo stesso tempo. Se il sentiero presenta ostacoli, sassi o radici, oppure si impenna improvviso, lui semplicemente accorcia la distanza del passo. Ma fra un passo e quello successivo mantiene sempre lo stesso intervallo di tempo. Continuo, fedele, silenzioso, monòtono, instancabile. Come il tempo. La marmaglia dietro di lui si agita, rumorosa; corre, saltella, si ferma, arretra, sopravanza, rompe la fila. E lui continua, incurante. Fino a quando qualcuno comincia a chiedere: "don, ma quanto manca?". Non si gira, non risponde alla prima domanda. Ma non tarda molto ad arrivare la seconda "don, ma quanto manca?"; e allora lui, senza fermarsi, senza rallentare, senza girarsi, a voce bassa e profonda: "cinque minuti". Non è vero e lo sa bene. E sa che non passerà molto tempo prima che.... "don, ma quanto manca?". "Cinque minuti". E' una bugia, oddio, è una bugia! Si capisce bene che è una bugia. I ragazzotti hanno un pò calato il frastuono. Quelli più agili e forti sono ancora lì che scassano, ma qualcuno comincia a chinare la testa e ad attardarsi, rosso in viso, le mani aggrappate alle stringhe dello zaino, la gola rovente. "Quanto manca, don?" "Cinque minuti". Lo vedrebbe chiunque che non è vero: a guardarsi attorno, si vede solo qualche raggio di luce che filtra tra gli alberi, e il sentiero che si arrampica verso una linea di scuro terreno là, molto più in alto di dove sei ora. In cinque minuti non si esce da lì. Lui lo sa che è così, non serve avere già percorso un sentiero per sapere che cosa ti aspetta dopo un fitto bosco, o appena superato un ripido passaggio. La montagna è piena di segnali: sembra cambiare improvvisa, ma invece è solo un lento passaggio da un "più in basso" a un "più in alto". E tutto muta lentamente e inesorabilmente in questa ascesa. Ci vuole esperienza per leggere, ci vuole cuore per ascoltare, ci vuole pazienza per capire. "Quanto manca, don?""Cinque minuti". I più scaltri cominciano a superare la diffidenza e il rispetto verso il sacerdote: "ma è un'ora che dice che mancano cinque minuti...!". E lui tace. Forse abbozza un sorrisetto malizioso, ma se anche così fosse nessuno lo vedrebbe, perchè lui continua il passo senza voltarsi, inesorabile, instancabile, incessante. Il sentiero sembra distendersi un attimo, e fra i sassi spunta uno zampillo di acqua fresca. E' un richiamo irresistibile. Lui passa avanti, senza curarsene, ma non così i ragazzi che lo vedono: "don, dài, per favore, fermiamoci un attimo". Ciascuno avrebbe il tempo di mettere la mani a coppa e bere giusto un sorso di quella acqua benedetta. Chi lo fa si assicura lo stretto indispensabile e può rimettersi velocemente dietro al sacerdote che intanto, senza che nessuno se ne sia accorto, ha rallentato di un poco il ritmo, proprio lì dove il sentiero pianeggiante consente a chi può di recuperare e rimettersi in fila. Ma qualcuno si ferma alla sorgente, sconvolto, maledicendo a bassa voce il prete ed il sentiero, la montagna e tutte le salite. E quando riparte rimane inevitabilmente attardato molto indietro, insieme agli altri che come lui non hanno resistito alla fatica, alla sete, a far rumore, a sopravanzare, a indietreggiare, a rompere la fila, a ignorare i consigli. Qualcuno più grande li sorveglia in fondo alla fila, comprendendo solo ora la disposizione ricevuta dal sacerdote "Stai sempre in fondo a tutti; non ti preoccupare di dove sono io; ci vediamo in cima". Il ristoro rende un po' di coraggio, e così rispunta la domanda "Quanto manca, don?". "Cinque minuti". "Uffa, don, ma mancano sempre cinque minuti?". No. Ne mancano molti di più. E quando, dopo quasi due ore, dopo essere usciti dal bosco, dopo aver percorso una pietraia e superata una malga, si affaccia in lontananza un rifugio, tutti, anche i più sconvolti, capiscono che adesso mancano davvero cinque minuti. Il sole scalda il ristoro. L'acqua del lago rispecchia le vette imbiancate di ghiacci perenni. I mille sopiti rumori della montagna sono sovrastati dall'allegria del gruppo che, dopo il meritato riposo, scherza, gioca e canta felice sulle rive del lago. Si fa l'ora del rientro. Il sacerdote si incammina silenzioso, avanti a tutti. Ed io sono ancora qui, lungo un sentiero verso.... dove? Verso casa, verso la vita, verso il futuro che mi aspetta. Cinque minuti dopo cinque minuti dopo cinque minuti dopo cinque minuti. Un quasi niente che mi chiede di essere vissuto, di essere pensato, di essere considerato. Non un libro, non un discorso, non una predica o un sermone. "Cinque minuti" di quel sacerdote bastano per capire che il senso della vita è in questi cinque minuti. In questi. Non nei prossimi.
 

postato da: giorgetto2rock alle ore 09:53 | Permalink |
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mercoledì, 23 settembre 2009
   

cresta

 

Dormire non era stato facile. Anzi, non era stato, punto e basta. Non è umanamente possibile riuscire a dormire in una stanza stracolma di persone, per quanto grande questa possa essere. E quella stanza lo era: abbastanza grande, ma stracolma di persone. Non era però il caso di lamentarsi per questo. A quasi quattromila metri, mentre fuori, sui ghiacciai, si scatena un putiferio di tempesta e vento, un rifugio, un luogo protetto e magari pure qualcosa di caldo da mangiare o bere sono l’equivalente di un’oasi nel deserto.
E comunque la quantità di persone non è l’unica ragione per cui non si riesce dormire in un rifugio di montagna. C’è almeno un altro motivo: la montagna, appunto. Oltre a certe quote, mai uguali per tutti, la montagna tende a disturbare la mente dei suoi visitatori, li mette un pochino alla prova, vuole capire se le loro intenzioni sono oneste. C’è chi dice sia la bassa pressione, chi la scarsità di ossigeno nell’aria, chi entrambi e chi molto di più. Esistono dotte dissertazioni mediche al riguardo, studi, libri, convegni, teorie, dimostrazioni: ma quando sei lì, con la testa che ti scoppia, la depressione che ti azzanna e lo stomaco che ti si ribalta, neanche dei medici ti importa più nulla.
Con grande spirito di originalità lo si chiama "mal di montagna". Anche chi ci vive, in montagna, si dice ne possa soffrire quando sale su, più in alto; meno di chi normalmente vive in pianura, ovviamente, ma comunque ne soffre.
In un rifugio di montagna, dunque, si dorme poco. Si chiudono gli occhi, ci si avvolge nella coperta o nella giaccavento, si accuccia la testa contro lo zaino, ci si gira in modo da non mettere il naso dentro ai calzini del vicino, si trattiene ogni necessità corporale perché tanto sarebbe impossibile raggiungere il cesso a meno di non calpestare una ventina di persone, si sussurra piano al compagno di cordata di non dimenticare dove si trova la torcia, ci si rigira in una posizione in cui si è abbastanza certi di russare poco, ma non si dorme. Perché almeno una delle cento persone che pernottano nella stessa stanza chiude gli occhi, si rigira nella coperta, si accuccia la testa contro lo zaino, si gira di nuovo per sfuggire ai calzini del vicino, tenta improvvido l’avventura verso il cesso calpestando una ventina di persone, chiede ad alta voce al compagno di cordata dove cavolo abbia ficcato la torcia, trova subito la posizione ideale per russare a pieno regime, e poi dorme…
E vale la pena pure di raccontare cosa succede a chi si avventura ai bagni, in certi rifugi di alta quota. I bagni sono, come è ovvio, privi di fognature, a meno che qualcuno non abbia provveduto a stendere e interrare un tre, quattro chilometri di tubi di scarico per portare i liquami giù a valle; interrare poi non sarebbe il verbo esatto; quello più corretto sarebbe "inrocciare", ammesso che esista…
I liquami perciò vengono dispersi direttamente nella natura circostante; nessun problema serio di inquinamento, stiano tranquilli gli ambientalisti. Ma qualche altro problema sì, quello sì. Ad esempio, il fatto che i prodotti corporali vengano scaricati direttamente sul ghiacciaio sottostante, almeno tre o quattrocento metri sotto, risolve quasi completamente la questione "odore", ma crea una assai poco simpatica striscia dall’improbabile colore, che si snoda sinuosa e ben visibile sui candidi cristalli del ghiacciaio che, come è noto, si muove, lentissimamente, ma si muove.
Un altro aspetto problematico da non sottovalutare è il fatto che, per espletare le funzioni che producono quanto sopra descritto, è necessario accovacciarsi sopra ad uno di quegli arnesi chiamati "turca", su uno strapiombo di tre o quattrocento metri, la distanza alla quale si trova, appunto, il ghiacciaio sottostante, il quale persino si intravede attraverso il foro prima di prendere posizione. Nessun rischio per la propria incolumità personale, si intende. O per lo meno, nessuno derivante dal pericolo di cadute, ma…. Si può immaginare una folata di vento gelido, proveniente da un ghiacciaio gelido, che, risalendo su per un costone roccioso e gelido, si indirizzi vero il pavimento gelido, a strapiombo, di un rifugio, intrufolandosi gelido negli ampi tubi di scarico di una latrina gelida sopra la quale qualcuno è allegramente seduto e ….particolarmente indifeso? No? Beh, è facile da descrivere. E’ qualcosa di simile all’effetto che procurerebbe bere "a gargarozzo" un iceberg di due tonnellate, il 15 di agosto a Cuba.
Dormire perciò non era stato facile, smaltire la cena nemmeno e, comunque, non erano state le sole cose difficili. In un modo o in un altro però, verso le due di mattina - "l’ora che volge al disio e ai navicanti-blogger accende il modem" - cento persone si stavano stiracchiando, stropicciando, sbadigliando, smaneggiando, spicconando e srotolando dentro allo stesso ambiente che fino a pochi minuti prima li aveva racchiusi distesi e stanchi.
Si parte sempre presto per i ghiacciai, perché le ore di buio e del primo pallido sole sono le più sicure. Fino ad una certa ora del mattino il ghiaccio è solido, la neve compatta, i ramponi fanno solida presa anche su ripidi pendii permettendo di salire di quota molto in fretta. Ma dopo una certa ora, quando il sole estivo picchia diritto, anche le candide nevi e i ghiacci eterni diventano poltiglia in mezzo a cui i piedi affondano con una fatica immane e, soprattutto, i fragili ponti di neve che permettono di superare ampi crepacci diventano insidiose trappole mortali.
Molti alpinisti sono periti così, rientrando dalle vette ad ore troppo tarde, resi euforici e incauti dalla brusca ricarica di ossigeno che arriva al cervello scendendo di quota molto in fretta, mentre la lenta salita l’aveva abituato piano alla carenza. Euforia, allegria, neve marcia, ghiaccio fragile. Alcuni di loro il ghiaccio li restituirà solo fra chissà quanti anni, giù in fondo…
Si parte presto per questo motivo, talmente presto che ancora il sole non è sorto, e così tocca accendere le torce e camminare con la pista rischiarata dalla flebile luce che esse producono. Ma non si è certo soli, e, specie nelle prime ore, quando ancora non si fanno sentire stanchezza e differente allenamento, e tutti i gruppi sono ancora molto vicini, lo spettacolo di un centinaio di flebili luci che si inerpicano in ordinata fila su per una invisibile montagna, contro un cielo scurissimo che una piccola falce di luna rischiara appena, è di quelli che segnano il cuore e la mente, e pure i ricordi, per sempre.
La salita era stata lunga, lenta e accorta. Faticosa, soprattutto, perché salendo l’ossigeno vien meno e ogni passo pesa sempre di più. Una breve sosta era stato il massimo concesso al riposo, giusto il tempo per ammirare il sole spuntare dal profilo delle cime a est, al di sopra di una distesa di nuvole e dopo avere lentamente dipinto il cielo di ogni sfumatura cromatica possibile fra il blu scuro della notte e l’arancione dell’alba.
Poi, a un certo punto, il Lyskamm. Una delle poche vette che sembra non avere una cima su cui fermarsi, perché le cime sono addirittura due, sottilissime, unite da una sorta di striscia bianca sospesa nel cielo, in bilico fra due cieli ugualmente intensi. Uno spettacolo singolare e unico, che non avevo mai visto prima di allora, e neanche dopo, per la verità, perché una vertigine me lo avrebbe per sempre impedito. Quello mi bastò.
E per le ore successive, quante neppure lo ricordo, tante quante furono necessarie per compiere il resto dell’ascesa, la traversata e la discesa, fui costretto a pensare solo ad un paio di cose.
La prima fu di non guardare né a destra né a sinistra. A destra una parete quasi verticale scendeva su un ghiacciaio lunghissimo, con un balzo di quasi due chilometri; a sinistra, il salto era più lieve, appena sei-settecento metri… Avrei voluto non guardare in basso, ma non era possibile; non avrei visto dove mettevo i piedi, su quella striscia di ghiaccio e neve larga una trentina di centimetri. Così l’unica scelta possibile era guardare in basso, ma solo diritto avanti a me per evitare gli enormi e vuoti spazi ai lati.
L’altra fu di scordare tutto quello che avevo in testa a proposito del mio compagno di cordata; lo spaccone, lo sbruffone, il ragazzo che insidiava la mia preferita, quello che, in competizione con me, aspirava a strapparle un sorriso, un bacio, un sì. Anche se avessi voluto buttarlo di sotto, e l’occasione sarebbe stata fantastica, avrei dovuto considerare che eravamo legati assieme, e questa era la nostra reciproca salvezza. Ci alternavamo le posizioni, perché non calasse l’attenzione di quello dei due che camminava dietro, l’unico che potesse avere la possibilità di salvare entrambi accorgendosi per tempo se il primo fosse scivolato, ma anche quello che avrebbe trascinato entrambi se fosse caduto lui per primo. Nel caso in cui uno dei due fosse caduto o scivolato verso uno dei dirupi, l’altro avrebbe potuto salvare entrambi in un unico modo: buttandosi a sua volta dalla parte opposta. Il proprio peso avrebbe bilanciato quello dell’altro e, una volta stabilizzata la posizione, entrambi avremmo potuto cercare di risalire, piano piano, ciascuno dalla propria parte, verso la cresta. Grazie a Dio non mi fu dato di sperimentare quel genere di salvamento. E quando arrivammo al successivo rifugio, dall’altra parte della montagna, il mio compagno di cordata e io ci abbracciamo stanchi, felici dell’avventura e sostanzialmente indifferenti a qualsiasi diverbio potesse derivare dalla smorfiosa in questione. Avesse scelto chi le pareva, noi avevamo sperimentato qualcosa di misteriosamente potente e unico.
Quella montagna senza vetta, quel filo da equilibrista teso fra due vallate di ghiaccio, mi sembrò proposto, a chi lo affronta, per comprendere una verità elementare: da soli non si vive. Da soli non si fa nulla. Perchè la vita, a differenza della montagna, non consente equilibrismi; si può solo cadere. E allora si può avere paura di un altro, si può provare ad odiare un altro perché non ha di te l’immagine che vorresti, si può desiderare di far scomparire un altro, lo si può amare solo per ciò che ci corrisponde, scartando il resto, e poi provare a convincersi che da soli si vive meglio, molto più forti, magari confidando in Dio. Il fatto è che Dio è proprio lì, in quell’altro. Ti propone di salvare un altro, salvando te, attraverso te, attraverso un altro.
In questo consiste quella parte di amore che pretendi e di cui non sei capace, che l'altro pretende e di cui non è capace: una corda penzolante, legata in vita a ciascuno dei due, apparentemente inutile, a volte persino fastidiosa all'incedere dei passi, ma pronta a tendersi tra l'uno e l'altro come un legame indissolubile e inscindibile, pronta a sorreggere entrambi a patto che lo si voglia e lo si chieda, per salvare la vita di un altro, fosse pure passando per l'egoismo di salvare la propria. Se dovessi descrivere un matrimonio con una sola immagine, non avrei dubbi, sceglierei questa: il Lyskamm.

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domenica, 20 settembre 2009
altri tempi

L'aria crepitava di un profumo fresco, di pino e terra umida, di insetti laboriosi e radici smosse. Il chiarore del mattino, appena percettibile fuori dal bosco, non si era ancora fatto largo tra le fronde, ma nella penombra della notte ormai trascorsa una misura di sortilegio sembrava diffondersi sotto forma di polvere di argento, minuscole particelle che fluttuando nell'aria rilucevano riflettendo e amplificando la scarsa luce dell'alba. Pareva che un attimo prima la scena potesse essere ricolma di ogni genere di abitante, comparse di un atto su cui non si era ancora alzato il sipario: volpi, cerbiatti, lepri, lupi, conigli, volatili di mille specie, come se fossero stati lì fino a un attimo prima e, appena uditi i passi di un estraneo, se ne fossero fuggiti a nascondersi in fretta lasciando solo la polvere dei propri veloci spostamenti. Solo un silenzio soprannaturale sembrava regnare, attore protagonista nel suo monologo, deus ex-silva di una recita mattutina per il privilegio di un solo spettatore. In quell'atmosfera a metà tra la fantasia e l'estasi, pareva potessero comparire persino le fate del bosco, avvolte in leggiadre e candide vesti, i capelli di argento sciolti al vento delle proprie ali di seta. Avrebbero portato in una mano lo strumento di sortilegi misteriosi e magnifici, mentre con l'altra avrebbero accarezzato i pensieri dello spettatore, facendogli compagnia con il sorriso di un paradiso celeste, gioia piena di splendore. Stavo bene attento a non fare alcun rumore, il cuore colmo di attesa e del timore che un brusco movimento potesse spezzare quell'incantesimo di pace. Ma i passi incerti nella penombra mi portavano a calpestare qualche ramo, che crepitava sordo prima di cedere spezzandosi, o a far rotolare pezzi di corteccia e sassi. Ogni piccolo suono sembrava diffondersi in onde concentriche nello stagno della mia visuale, e ne seguivo il propagarsi fino alla immaginaria riva, con l'ansia e l'apprensione che prima di smorzarsi potesse risvegliare qualche demone nascosto, oppure solo modificare irrimediabilmente il magico quadro.
Ad un tratto, alzando appena lo sguardo, notai uno strano riflesso sul tronco di un albero. Pareva un graffio nella tela, un tratto fuori posto nella geometria di un merletto. Era una pennellata di un vivido colore, come un refuso dell'artista o più ancora come uno di quei momenti di creatività in cui il genio vince le regole consolidate e scopre nuove vie attraverso cui far risplendere la propria ispirazione e fare un passo in più nell'incolmabile abisso verso la Bellezza.
A poco a poco il riflesso si faceva più lucente, lo squarcio più grande, la sproporzione più misteriosa: un intero lato del tronco sembrava accendersi come se un fuoco lo avesse attaccato per consumarlo. E più avanti e tutt'attorno ogni albero sembrava colpito dal medesimo sortilegio. L'intera foresta prendeva lentamente colore ricevendo il riflesso di ogni albero. Mentre un lato rimaneva del colore scuro della notte, e anzi pareva scomparire nel contrasto, l'altro lato pareva incendiarsi senza fiamma. Una foresta scura riempita, in pochi minuti, di luminose colonne a metà. La magìa sospesa nell'aria sotto forma di pulviscolo e vita riluceva frenetica nel nuovo incanto, mentre striature di colore più chiaro lo attraversavano, fluttuando come la superficie di un lago, in senso orizzontale, creando una curiosa geometria con gli alberi per metà accesi. Fu allora che, girandomi alla mia sinistra, vidi la sfera arancione del sole, appena sorto, riscaldarmi gli occhi e le membra attraverso il bordo del bosco, al di sotto delle scure fronde degli alberi. La sua luce illuminava la metà degli alberi, unica parte ora a me visibile, mentre le fate volteggiavano leggiadre tutt'attorno. La voce di un usignolo cominciò a diffondersi allegra per l'aria. Drrrriinnnn, driiiiiiinnn.
Drin?
Mi ero imposto di alzarmi presto per correre un po' prima della colazione, e ora la sveglia stava compiendo lo sporco lavoro per il quale l'avevo programmata. Avevo i muscoli stanchi per il poco sonno, le orecchie ancora ronzanti delle voci degli amici salutati poche ore prima e soprattutto gli occhi e il cuore ricolmi della meravigliosa visione, sogno celestiale che vi aveva vagato sereno fino a poco prima. Ma le regole sono regole. Così mi alzai e mi vestii leggero, uscendo di corsa al freddo del mattino ancora lontano da venire.
Uscendo dall'ampio cancello di ferro, la strada cominciava subito a salire ripida verso la cima della collina, presso la quale si trovava il santuario, obiettivo da raggiungere per quella mattina. La salita mi fece subito accelerare il respiro, spingendo così il cuore al ritmo giusto per ossigenare il sangue, e lo sforzo delle gambe a far salire la temperatura di quel tanto sufficiente a non percepire il vento freddo che si infilava sulla strada provenendo fra i boschi dall'alto della collina. Così, salendo al buio, a passo di corsa, sulla stretta strada sulla quale si affacciavano alcune piccole villette di vacanza, immerso tra i boschi, ebbi l'occasione di ripensare al motivo per cui ero lì, alle persone che erano con me e pure a quelle che non c'erano. I miei passi risuonavano sull'asfalto e ritornavano dopo essersi riflessi contro muretti e cancelli, mentre il bosco assorbiva i rumori senza rimandarne indietro nulla. Un cane abbaiava lontano, da qualche parte, forse sperando nella compagnia e nelle carezze di qualcuno di passaggio.
Io ripensavo alla felicità della sera precedente, alle canzoni, agli incontri, alla compagnia con cui ci eravamo tutti riscaldati. E pensavo anche a qualcuno che non c'era, avendo sperato fino all'ultimo, senza motivo di sperarlo, che ci fosse; qualcuno con cui mi sarei dovuto scusare, qualcuno da cui aspettavo scuse e a cui per questo non ne avevo offerte, qualcuno che avrei voluto rivedere, qualcuno che avrei voluto anche solo salutare.
Il mio respiro veloce rapidamente condensava nell'aria fredda e scura, mentre salivo. Ora il chiarore si andava diffondendo sopra la cima dei boschi di cui vedevo il profilo stagliarsi contro il cielo; era il segnale che ormai ero vicino al crinale, e perciò alla meta. Infatti vedevo davanti a me l'ultimo tratto di strada, dritto in salita fino al cancello aperto del santuario. Il bosco lasciava il posto alle mura del convento, alle antiche scale, deserte a quell'ora del mattino.
Sicuramente all'interno qualcuno era già operoso da tempo, ma lì fuori solo il silenzio frusciava fra le foglie dei castagni.
Mi fermai per una preghiera davanti ad una immagine di Maria, e poi ripresi la mia corsa, in discesa ritornando verso il punto di partenza.
Non feci lo stesso percorso, lungo la strada principale. Scelsi invece il sentiero che, costeggiando prima le mura esterne e poi il cimitero, si infilava ripido nel bosco riducendo di molto la distanza del rientro. Ora pensavo a quanti danni possa fare l'orgoglio, a quanti di più ne faccia il timore di sbagliare, a quanto fatale possa risultare la paura di rivelarsi sinceramente, di mettere sul tavolo del gioco ogni più profondo desiderio o rimorso, dolore o peccato. Pensavo che in fondo è pure infinitamente più difficile corrispondere sempre a qualcosa, come fosse una gara senza terminare la quale si perda la vita piuttosto che non, semplicemente, un po' di faccia.
Mi chiedevo quale forza di volontà debba sorreggere un uomo per risollevarsi da ogni caduta, anzi per non cadere nemmeno, come un eroe in battaglia, invincibile, sferzando continuamente precisi fendenti sulle contrarietà, sugli inganni, sulle falsità. E dove sta Dio in tutto questo? Dove sarebbe la Sua presenza, la Sua mano, il Suo disegno? Dove va a finire il desiderio di ciascuno, quell'attesa di felicità e di gioia che divampa nell'amicizia, negli affetti, nell'amore, con le persone più care, per poi affievolirsi, a volte, quando non a spegnersi del tutto? Dove sei? Perchè non sei qui, di fianco a me, in questa mia piccola fatica e in quella più grande che mi aspetta sempre? Ha senso chiedere perdono? Ha senso rinunciare al proprio orgoglio?
Lasciai alle mie spalle il piccolo cimitero e mi inoltrai nel bosco.
L'aria crepitava di un profumo fresco, di pino e terra umida, di insetti laboriosi e radici smosse. Il chiarore del mattino, appena percettibile fuori dal bosco, non si era ancora fatto largo tra le fronde, ma nella penombra della notte ormai trascorsa una misura di sortilegio sembrava diffondersi sotto forma di polvere di argento, minuscole particelle che fluttuando nell'aria rilucevano riflettendo e amplificando la scarsa luce dell'alba...
Il bosco delle fate mi stava aspettando. Il disco rosso del sole, filtrando imperioso in mezzo agli alberi, sembrava rassicurarmi: "Si".


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sabato, 19 settembre 2009
onde

Navigando, marinaio o avventuriero, provo a seguire la rotta con gli strumenti che una saggezza eterna impone. Poco importa che siano moderni. La sola cosa che conta è che siano efficienti. Domani una saggezza nuova, la stessa antica accresciuta dall'esperienza e da nuove conoscenze, mi imporrà nuovi strumenti.
Per la medesima avventura, lo stesso viaggio, la stesso desiderio di tanti anni fa, di quando ho lasciato il porto, di tanti uomini prima di me, di tanti secoli fa.
Ma non è il quadrante luminoso, non è solo la familiare geometria di un sestante a rassicurarmi. Tutto concorre a rinfrancare l'animo smarrito nell'oceano del viaggio, nelle tempeste dell'incertezza.
E' il profumo sottile del pino che, miscelato appena al pesante salmastro del mare, lascia intendere la vicinanza della riva. E' il sapore dolciastro della pioggia che, disperso nelle lacrime del vento, pregusta vigne e raccolti, appena più in là della spiaggia.
Anche quando l'onda rabbiosa rabbuia il grigio mattino, anche quando il suo spruzzo gelato intorpidisce la presa sul timone; anche quando il frastuono del tuono sovrasta persino il fragore impetuoso delle onde, altri sensi, altre percezioni sono stimolate da un Cielo generoso, speranze fedeli poste all'incedere di ogni incerto percorso.
Il faro è luce, prima di ogni altra cosa.
La vista è quello, fra i miei sensi di navigante, che per primo mi lega al vascello, che mi apre al mare. Eppure la vastità dell'oceano è troppo imponente per le mie pupille. Oltre ogni onda un'altra identica seppure diversa svolge il tappeto, infinito. Oltre ogni nube il vento spinge una nuvola più scura, una più chiara, tutte simili, nessuna uguale. E quando la notte avvolge lo sciabordare della prua, nessuna stella mi è più familiare del faro del porto, del mio porto, della mia casa.
Ma il nemico più subdolo di un marinaio non è il mare. E' la nebbia.
Viscida, liquida, gelida, silenziosa, inerte. La nebbia.
Nessun faro penetra la nebbia, nessun raggio di luce la trafigge. Nella nebbia la luce ribolle, acceca, riflette, rimbalza, ma non illumina; e più intensa è la luce, più impenetrabile ti si mostra la nebbia.
Io ero un uomo di paese, di colline e officina. Solo un amore discreto e potente mi ha conquistato alla sponda. E nel suo animo c'era un suono altrettanto discreto e potente, altrettanto sereno e presente, quanto il suo amore. Era il suono della sirena del porto, faro per il cieco incedere nella nebbia. Al contrario della luce, la sirena raggira la nebbia e se ne fa gioco, usandone la perfidia per propagarsi più lontano, per giungere a confortare anche gli equipaggi che si sono spinti troppo al largo.
Al suo suono intermittente, ricorrente e profondo mi ha iniziato la dolcezza di una voce che mi sussurrava parole d'amore, nel tepore delle notti all'alba del nostro viaggio insieme. E ancora oggi mi ripete incessante le stesse parole, mai stanche di essere pronunciate, mai sazie di essere ascoltate. Quel suono ha per noi lo stesso significato: c'è nebbia fuori da qui, è buio, e un inverno gelido attanaglia la notte.
Ma tu sei qui accanto a me, e io sono qui accanto a te, e il Cielo generoso ci ha dato un suono da ascoltare, un segnale da seguire.
Un Cielo generoso ci ha dato segnali per ognuno dei nostri sensi; e sensi per carpire i segreti di ogni sponda, i nascondigli di ogni costa, la sicurezza di ogni porto. E insieme ad essi ci ha dato un cuore per leggere le mappe, scegliere la rotta, accudire la nave, saziare l'equipaggio, riparare le vele, ritornare all'approdo. Un Cielo generoso mi ha dato un vascello e un equipaggio, e un mare su cui sviluppare una rotta. Mi ha dato un faro di luce per illuminare l'approdo, e un suono profondo per seguirne la riva. Mi ha dato il profumo dell'erba, perchè la sua nostalgia mi facesse rimpiangere il prato; e il sapore del pane e del vino, perchè la fame e la sete mi spingessero a tornare alla sponda; e il calore del fuoco, per scaldare le mani intirizzite dal gelo.
Il Cielo generoso mi ha dato una povera fede, unico strumento ragionevole in mezzo alle tempeste del viaggio. Quando un senso non percepisce l'oggetto del suo esistere, ho bisogno che gli altri accorrano in mio soccorso. Ho bisogno che tutto sia acceso da questa piccola fede, che trovi lo scopo, il segnale da lanciare, il messaggio da decifrare, il destino al quale arrivare, il porto dove ammainare le vele e ristorarmi insieme al mio equipaggio.
Ho chiesto al faro di illuminare ogni mio senso, di non trascurarne alcuno; gli ho chiesto ragione del vento perchè il mio cuore si acquieti, non per carpirne il segreto. Per questo ho chiesto al faro di essere sincero. Come io non sono capace di essere.
Ma il faro, purtroppo, mi ha mentito.
 

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