Doctor UGO's Short Tales

   brevi storie di qualche uomo fetido
e di altri straordinari....

 




dove vai, viaggiatore del tempo? dove vai, anima in movimento? vado là, dove sento che riposa dove va la mia anima curiosa

vent'anni fa... e anche qualcosa in meno




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Chapter 20 - Amici per Sempre

Rosengarten

Carissima amica,
questa sera mi è successa una cosa strana e meravigliosa; meravigliosamente strana, nella sua normalità. Passeggiavo per questa amena valle, nell'ora in cui il sole è già calato da un po' oltre le alte montagne che si snodano maestose tutto attorno ad essa, lasciandola in una penombra di luce tenue seppure tersa. A quest'ora si scorgono su in alto, nitidissimi, gli alpeggi e le malghe, i prati fra i boschi, i masi sempre abitati; sono ancora inondati dal sole che gli dedica la parte migliore del giorno e della sua luce, quel tono acceso e caldo di rosso e ocra, di oro e sabbia che arriva a colorare larici e abeti, pini e pecci, e le roccie di granito e basalto, arenaria e dolomia. Lo spettacolo lo conosci anche tu, cara amica, te l'ho descritto tante volte e tu pure a me, quando ti è capitato di assistere ad una delle sue tante rappresentazioni. Sai che non posso fare a meno di restare a guardarlo come fossi un bambino, passeggiando e ringraziandone Dio, ma non è questo che mi ha colpito oggi, o meglio non è questa la novità. 
La luce del tramonto un po'  inganna, perchè si lascia guardare senza ferire gli occhi come fa quella del mezzogiorno; ma li colpisce, eccome, e quando li distogli da essa fatichi a vedere chiaro ciò che ti sta attorno; e se attorno hai una valle immersa nella penombra che, seppure rumorosamente,  prepara lentamente il quotidiano riposo, hai come l'impressione che la notte sia scesa di colpo lasciandoti lì da solo, sul ciglio di un sentiero, ai bordi del fiume, al centro dell'universo.
Camminavo così, lentamente, distratto da pensieri sereni, cercando di riabituare la mia vista alla mutata scena, quando ho scorto un bagliore crescente, una sensazione diversa, persino difficile da descrivere nella sua semplicità, come di una fonte di luce lontana, fari di auto, lampioni potenti o chissà cos'altro che stesse progressivamente aumentando di intensità rischiarandomi il cammino. Mi sono detto "è impossibile, sono parecchio distante da case e strade, non può essere nulla di quello che sembra". Ma il bagliore cresceva continuamente, cominciando lentamente a farmi distinguere  in modo sempre più netto il facile sentiero davanti a me, fino a quel momento solo intuito. Non riuscivo a capire, e ho continuato per qualche minuto a camminare pensando a quale inatteso evento mi si stesse svelando, poi mi sono voltato ed ho arrestato il passo, fermandomi a guardare la scena. 
Le alte e maestose montagne che chiudono la valle a nord est, ancora bianche di neve, stavano riflettendo la luce del tramonto lungo tutta la valle ora che, nel suo girare, il sole aveva cambiato di angolazione: una luce tenue, riverbero di cristalli lontani chilometri, ma sufficiente a destare la valle di una vivida impressione, contorni nitidi dove pochi attimi prima erano offuscati, colori vivaci dove prima si stavano smorzando nella notte incombente.
E' durato poco, forse qualche minuto, un'eternità nei miei pensieri.
Ho pensato a te, cara amica.
Ho pensato alle tue veglie insonni passate a placare affettuosa e stanca il pianto dei figli; ho pensato al tuo sorriso radioso, ai tuoi occhi dentro ai quali ho visto brillare la scintilla di una nuova vita, alla promessa di eternità che si perpetua nei nostri figli; ho pensato alla tua vita, a quanto bella mi sembri ora, in questa luce al tramonto, in questa sera in ascolto, in attesa di tutto quello che ancora hai da dirmi, e confidando che non finisca mai.
E riascolto la tua voce soave, mentre raggiunge le vette più alte, lassù oltre la luce del tramonto, oltre i prati e i boschi, oltre le rocce e le nevi. La ascolto commosso mentre confonde la sua melodia con un'altra voce, simile ma diversa, tua ma non tua, creando un'armonia di pace come se il mondo, sul foglio bianco di un bambino, si riempisse piano piano di alberi, montagne, prati, fiumi, cielo, stelle, case ed infine persone.
Così non mi sorprendo nemmeno di scorgere i tuoi capelli al vento, appoggiata ad un albero improbabile per queste latitudini, stagliato contro il cielo azzurro. Il tuo sguardo profondo e tormentato è rivolto lontano, verso luoghi che non conosco, che solo tu puoi vedere, ma che riempiono di attesa anche il mio sguardo.
Chissà se ti rendi conto, amica cara, di quanto sei riuscita a leggere dentro al mio cuore, coi tuoi occhi profondi, così simili ai miei? Chissà come potrò ricompensare il bene che mi fai? Chissà com'era la mia vita prima di incontrarti?
A volte ti cerco, ti chiamo al telefono, desidero solo sentire la tua voce profonda e rassicurante. Nulla di più, solo questo. Mi basta questo per sentirmi meglio, come oggi mi è bastato questo spettacolo per sentirmi felice.
E ripenso alle nostre serate interminabili, alle corse su treni deserti verso una città assonnata, meravigliosa nella sua quiete notturna, e alle ore passate su gloriose scalinate a parlare di amici, del mondo, della vita, di Dio; oggi la stessa prodiga città mi offre ancora il suo splendore, lo stupore di te, amica nuova eppure da sempre conosciuta, per la quale ogni parola sembra portare con leggerezza e gioia il ponderoso fardello di confidenze profondissime.
Domani ritornerò di nuovo nella mia città, e non potrò fare a meno di pensare a quegli angoli di essa di cui mai mi ero accorto, che ritenevo inutili e vuoti, e che il tuo sguardo ha invece riempito di luce e mistero.
Adesso che ci penso, cara amica, sento che devo chiederti scusa. Ti ho chiamata moglie, madre, figlia, sorella, sposa, amica di ieri e di oggi, ma non sono riuscito ancora a pronunciare il tuo nome: lo farò ora, salutandoti, adorata Bellezza.
Non chiedo altro alla vita che di poterti per sempre conoscere e riscoprire come il segno che sei, indelebile, della presenza di Cristo accanto a me. Se non ci potessi riconoscere ed amare Cristo, nessuna amicizia avrebbe senso.

giorgetto2read venerdì, 09 maggio 2008 | Permalink | commenti (7)
 

Chapter 19 - dal Diario di un Romagnolo (1, 21-03)

non è briscola - Pupanna

 foto per gentile concessione di pupanna
tutte le foto di pupanna sono visibili nel suo spazio su flickr

In quei giorni si festeggiava il Triduo pasquale, e il gruppo di compagni di cammino si ritrovò assieme come in tante altre occasioni. Nessuno di loro aveva la più pallida idea di cosa fosse un Triduo, ma pareva che facesse una gran bella figura metterlo qua e là nelle conversazioni con le ragazze, specie con quelle di chiesa.
Gisto, l'invornito del gruppo, una volta si era fatto trovare fuori dalla messa e si era rivolto a ciascuna ragazza che usciva con un roboante "Dì un po', bella, vieni con me che andiamo a fare un bel triduo insieme!! ". Le più inibite, colta l'evidente allusione, pur con gli occhi bassi non avevano esitato a mandarlo a cagare. Le più sveglie, invece, si erano fatte una grassa e sonora risata, prima ovviamente di mandarlo a cagare allo stesso modo delle altre.
Trovatisi quel giorno ancora una volta assieme nel luogo a loro più caro, uno di loro disse:
"Maestro, parlaci ancora della Creazione!"
"E sia!" acconsentì il Maestro. "All'inizio non c'era niente, e allora Dio si girava e rigirava tutto il giorno e non sapeva come fare ad arrivare a sera...." attaccò il Maestro, ma quasi subito si dovette fermare
"Maestro - lo interruppe Gisto - ma se non c'era niente, come faceva esserci Dio?"
"Ascolta Gisto, - replicò il Maestro - non cominciare a stracciare i maroni. Io la storia la conosco così. Se a te non ti piace, vai in edicola a comprare Focus e te la leggi lì"
"Ti prego, Maestro, continua, non ascoltare qull'invornito" lo esortarono gli altri.
"Insomma Dio andò giù in cantina a prendere il blachedecher e una scatola di chiodi, un po' di legno, di tela, le molle del divano vecchio e delle cianfrusaglie che aveva lì in giro, e si mise a fare un po' di roba così come gli veniva: fece il cielo, le nuvole, la terra, il mare, i fiori, i pesci, gli animali, le piante, l'uomo e la donna. La donna ovviamente lo fece incazzare subito e allora Dio per dispetto fece anche le mosche e le zanzare.
Poi fece le stelle, i pianeti, le autostrade e i bagnini, le ciabatte e i costumi da bagno, il vento e la pioggia. E vide che tutto ciò era buono. Molto buono. Anche troppo buono.
Si accorse anche che aveva fatto una fatica bestiale. Allora decise di prendersi un giorno di ferie e di riposarsi per benino: si mise al calduccio sotto le coperte e spense la luce, ma proprio quando stava per addormentarsi, lo colse un pensiero fulminante - ma non si annoieranno un po' con tutta sta bontà? mi voglion tutti bene, c'han sempre un sacco di preghiere, di ringraziamenti, di attenzioni per me, ma quanto dureranno? bisogna escogitare qualcosa - E fu così che gli venne in mente una idea geniale: una razza nuova, uomini e donne speciali, scelti, eletti, originali, divertenti, spiritosi e simpatici. E così si rimise al lavoro. Ma era stanco, molto stanco, e così l'ultima opera non gli riuscì proprio bene come avrebbe voluto: era nato il romagnolo."
"Maestro, ci hanno sempre detto di rispettare il sabato, ma in questo giorno in cui si celebra la morte in croce, è lecito andare a fare un giro in bicicletta?" gli chiese uno di loro.
"In verità vi dico che oggi è venerdì quindi non capisco la domanda, e poi se non sbaglio la Via Crucis è alla sera e se in bicletta ci vai alla mattina non vedo dove sta il problema. E poi se lavori tutte le settimane a quattrocento chilometri da casa credo proprio che ti si possa permettere una distrazione, oggi che sei in vacanza. Al massimo, se proprio c'hai degli scrupoli, ti suggerisco di andare a fare il Barbotto, così almeno ti sembrerà di condividere un po' di Calvario...."
"Maestro, oggi Gisto si è mangiato una braciola da mezzo chilo. E' vero che così va all'inferno?"
"In verità vi dico, non di sole braciole si ciba un invornito, ma di ogni sciocchezza che esce in edicola; è proprio per questo che le cose non gli entrano in testa neanche con l'imbuto. Ma voi siete i miei prediletti e a voi dico - oggi si mangia solo pesce, anzi vi consiglio  il fritto misto della Scogliera, che se ci andiamo tutti quanti insieme magari ci offrono anche il caffè e l'ammazzacaffè".
"Maestro, è lecito, nella giornata di oggi, avere pensieri impuri?"
"Certo che no! Ma in verità, in verità vi dico, voi siete romagnoli, e i romagnoli son divisi in due categorie: c'è la categoria di quelli che ce l'hanno a morte coi preti, che pregano a suon di bestemmie e poi però vanno di nascosto ad accendere un cero in chiesa quando i figli escono per andare a ballare, e poi c'è l'altra categoria, quelli santi e devoti che ogni mattina rivolgono a Dio preghiere caste e pie per i loro familiari e le persone care, nonchè qualche altra preghiera un po' meno pia e un po' meno casta riguardo alla loro vita affettiva...."
"Maestro, non capisco. Ma sei sicuro che queste cose vengono da Dio?"
"In verità vi dico, che cacchio ne so io? Mi fai domande e io, che ti voglio bene, ti rispondo. Vuoi avere anche l'imprimatur? E pure il bollino blu, magari? Comunque è normale che non capisca, sei un testone! Quindi te lo dirò con una parabola."
Quel giorno il buon romagnolo si svegliò e, come ogni mattina di quelle passate nella propria casa, andò a dare un bacio ai figli che ancora dormivano. Quindi recitò velocemente le proprie preghiere, ringraziando Dio per il dono di una bella famiglia, chiedendo intercessioni per sè, per i propri cari e per i propri amici,  nonchè facendo qualche lieve accenno a piccoli e non facilmente confessabili desideri... Sfortunamente per quella mattina la moglie era già uscita prima di lui, così dovette posticipare la "richiesta" almeno al dopocena.
Diede una occhiata fuori e vide un sole pallido, ma caldo, alto sopra l'orizzonte, il che significava mantenere le promesse, inforcare la bici e andare. Lo fece e si diresse verso le colline, quando malauguratamente decise di affrontare una delle salite più terribili del circondario. A metà della stessa il buon romagnolo aveva già ampiamente ipotecato ogni millimetro quadrato di paradiso che si era faticosamente guadagnato con anni di devozione; ma, per sua fortuna, ad un certo punto anche le salite finiscono e cominciano le discese.
Per chi decide di andarsene da solo, in compagnia dei propri pensieri, a passare in bici un po' del proprio tempo, c'è una sola cosa più temibile della fatica: sono gli scassamaroni. Così quando il buon romagnolo, all'uscita da un tornante, vide in lontananza un gruppetto di persone a lato della strada, bici a terra, si disse: "Ahia, odore di guai! Speriamo che non....." Non fece in tempo a finire il pensiero che una figura si stacco dal gruppetto, alzando un braccio per chiedere aiuto. "Porca paletta" penso il buon romagnolo "che cacchio vogliono?" Ma mentre si avvicinava si accorse di qualcosa che lo fece ricredere: "Ehilà, vuoi vedere che qualche mia preghierina è stata ascoltata!"
Il gruppetto era composto da tre splendide fanciulle, una bionda, una mora e una rossa, affusolate atlete strette nelle loro divise attillate e variopinte, in difficoltà per una foratura.
Nel breve volgere di un nanosecondo il buon romagnolo cominciò ad elaborare una strategia offensiva. "Benebenesonosicuramentestranieredireitedeschequindisonoinvacanzadasolequiinriviera; oralesiaiutapoisirientraconloroprimadimezzogiornosiamoinpianurasostaunaperitivoouncaffè, staserahappyhouralloSloppypoiovviamentedopolaViaCrucisciscappasicuramenteunacapatinaaRiccioneindiscoteca".
Ma non di preghiere esaudite si trattava, evidentemente, piuttosto dell'opera di qualche altra entità che aveva provveduto a piazzare sulla strada del buon romagnolo tre splendide pentole, dimenticandone come da manuale i coperchi.... Le tre graziose fanciulle non erano affatto straniere, bensì romagnolissime e perciò abbondantamente allenate ad ogni tipo di tamarro, dal brusco-con-garbo al sofisticato-pop.
"La Roberta qui ha forato. Non è che ci puoi dare una mano?"
"Mo' ceeeerto che vi do una mano! Anche due!" - il romagnolo è sborone per diritto feudale.
E già che ci sono vi sistemo anche il cambio e il manubrio, poi vi dò una controllata alle ruote e a tutta la carrosscieria, opsional inclusi - pensò il buon romagnolo.
Ma la donna romagnola è geneticamente attrezzata per uomini così, tanto è vero che, a dispetto di libri ben conosciuti, non è ancora ben chiaro se sia lei ad essere stata generata dalla costola dell'uomo romagnolo, o se invece non sia stato l'uomo a scaturire da un ceffone della donna. Una delle caratteristiche predominanti delle femmine romagnole è una carenza affettiva non inferiore a quella degli omologhi maschi, ma perlomeno corredata da un senso pratico e da un sarcasmo terribilmente superiori.
Il buon romagnolo si mise baldanzoso all'opera ed armeggiò per qualche minuto sotto l'occhio vigile e attento delle tre, che intanto erano passate dai ringraziamenti sfrenati del tipo "c'è un cespuglio là, ti prego fatti ringraziare come meriti", a caute domande del tipo "ma sei sicuro di sapere come si fa?".
Ad un certo punto una delle tre propruppe tutto il suo spirito romagnolo, caustico, sarcastico e tremendamente pratico: "Senti un po', lascia fare a me, che son figlia di un ciclista e mio marito c'ha un negozio di bici da corsa".
La parabola finisce qui; vi lascio con una domanda la cui risposta costituisce il senso che ciascuno di voi ne può ricavare.
Avrebbe dovuto, il buon romagnolo, assecondare quel chiaro ed evidente tentativo di approccio da parte di tre disinibite fanciulle perfettamente in grado non solo di cambiarsi una gomma, ma pure di smontare la bici pezzo per pezzo e rimontarla in otto secondi? oppure avrebbe dovuto rialzare lentamente la testa e, guardandole attraverso i raggi delle ruote sussurare loro un acidissimo "andate a cagare! se siete capaci da sole, che cacchio volete da me?"
"Maestro, non c'ho capito ancora niente"
"Ascolta, invornito, adesso te lo spiego ancora più chiaramente: se io esco di cinque a briscola e chiedo il busso, tu mi devi dare il due. Hai capito, zuccone? Mi devi dare il due! il DUE, non il quattro!!!
E te, Ernesto, è mai possibile che in 'sto cazzo di bar non c'hai neanche un po' di patatine da servire collaperol?"

[end Chapt 19]

 

giorgetto2read venerdì, 21 marzo 2008 | Permalink | commenti (22)
 

epitombola....

noi qua si fa quaresima come di là

- se avvertite puzza di gas.... vuol dire che non avete ancora acceso un fiammifero
- ritorno dopo pasqua
- fate quello che volete, a me lasciatemi fare quello che dovrei. io me la cavo (e poi me la rimetto)

...non avete capito nulla? tranquilli, nemmeno io....

g2r martedì, 04 marzo 2008 | Permalink | commenti (6)
 

Chapter 18 - Umidità

Il freddo lo conosci.
E il deserto.
Abitano da tanto tempo la tua casa.
Abitano le pareti, le mensole, i cassetti, le vetrine, il tuo letto.
Si sono insediati silenziosi tra le cornici d'argento di vecchie foto ed una collezione di fumetti, tra soldatini di piombo e vecchi libri di scuola.
Non hanno dovuto spostare nulla; si sono trovati un posto comodo in mezzo al resto, e se ne stanno lì silenziosi e quieti.
Il sole lo conosci.
E l'amore.
Abitano curiosi la tua casa.
Abitano le camere, gli armadi, i grembiuli, le scatole, gli zaini.
Sono arrivati chiassosi, ornati da fiocchi vistosi ed aureole di luce, pieni di senso e ricolmi di domande.
Ma hanno buttato all'aria tutto; per fargli posto hai dovuto mettere in soffitta tutto il resto, pensando di ritrovarlo un giorno.
Il male lo conosci.
E l'errore.
Abitano da sempre la tua casa.
Abitano gli indumenti, gli sguardi, la veglia, il sonno, il riposo.
Si sono appartati maliziosi, nascosti assopiti tra gesti quotidiani e slanci improvvisi, tra abitudine ed estro, tra nebbia e lampi.
Hanno insidiato ogni cosa; per sfuggirgli hai sognato la pace, sognando di non doverti mai risvegliare.
Ma il freddo lo conosci.
E il deserto pure.
Molte volte hai aperto quell'uscio, la porta di casa, e sei uscito a scaldarti.
Nel cerchio attorno al fuoco c'era solo un posto libero, uno solo.
Dentro all'uscio richiuso una dimora gelida. E tu di qua.
Ma il sole lo conosci.
E l'amore pure.
Ogni volta che rientri a quell'uscio, la porta di casa, ogni domanda si riaffaccia, insieme al senso di gelo sciolto attorno a loro.
Nel raggio attorno a quell'aureola non c'è un solo angolo oscuro, neppure uno solo.
Fuori dall'uscio giardini fioriti. Ma tu dentro.
Ma il male lo conosci.
E l'errore pure.
Fuori e dentro quell'uscio, la porta di casa, stanno immobili ad attendere.
Nella sfera attorno a te non c'è spazio, non un solo attimo di libertà, nemmeno uno.
Sull'uscio ti aspettano, che entri o che esca. E tu?
Il bene non esiste. Esisti solo tu.

Il bene lo conosci.
E la vita.
Corrono insieme nella via di fianco alla tua, in vortici di vento e polvere.
Gettano sassi di qua, sulla tua strada, e lasciano orme che segui da qui.
Si sono rivelati mille volte, fra sorrisi ed ardori che ancora riscaldano.
Il lampo lo conosci.
E la sua luce.
Saettano insieme nel cielo sopra al tuo, secondi prima di scatenare rombo e spavento.
Fanno brillare i contorni delle nuvole di qua, nel cielo sotto al loro, e lasciano scie che vedi da qui.
Ti hanno rischiarato mille volte, fra brividi e rumori che ancora rimbombano.
La musica la conosci.
E pure il suono.
Si amano insieme nella stanza di fianco alla tua, in spirali di melodie e stupore.
Rimandano note di qua, nella tua stanza, e lasciano una malinconia sottile, languida, che ti prende anche qui.
Ti hanno rincuorato mille volte, tra armonici ed accordi che ancora risuonano.
Ma il bene lo conosci.
E la vita pure.
Hai bevuto di entrambi alla fonte più fresca.
Hai goduto per sempre alla festa più allegra.
Hai scoperto di entrambi la gioia più vera.
Ma il lampo lo conosci.
E la sua luce pure.
Hai visto di entrambi la forza potente.
Hai sciolto per sempre quella paura incombente.
Hai scorto di entrambi lo splendore lucente
Ma la musica la conosci.
E il suono pure.
Hai appreso di entrambi la forza struggente.
Hai ascoltato per sempre la loro grazia sognante.
Hai conosciuto di entrambi la bellezza fulgente.
Il male non esiste. Esiste solo la mia assenza.

Ricordi il tuo viaggio?
C'era un amico, distante nel tempo, che ti aveva avvertito,
una mezza verità, la sua parte femmina, aveva scorto l'intero ordìto.
C'era una ragazza splendente, allora come quella di ora, il cui sorriso abbracciava il creato,
ed il suo cuore inquieto, oggi come quella di allora, a fuggire per un gesto sbagliato.
C'era una donna, fluente di nobiltà e peccati, a rammentarti il rancore,
ed una storia sempre uguale, la passione preludio ad un grande dolore.
C'era un gesto da compiere, un solco da tracciare, una scelta da fare,
ed un padre pronto ad accoglierla e ad ogni sbaglio perdonare.
C'era un fratello, scortese e scostante, a darti sul volto schiaffi brucianti,
ed un giovane ricco, indeciso e distante, ad esitare nei momenti importanti.
C'era una madre, al coraggio negata, che persino Dio si spinse a sfidare,
per una vita non sua, ma che a lei era data da procreare.
C'era un uomo sconvolto, davanti alla morte di una figlia che neppure conosceva,
che nei volti commossi ed amici distinse il volto della pace che lo chiamava.
C'era una banda di amici, chiamati altrove ai confini del mondo,
attraversando frontiere, paesi e barriere, solo per un girotondo.
C'era un ragazzo che in quel mondo lontano si chiese, appoggiato ad un vetro,
quanto fosse vicino il suo mondo, mentre la vita scorreva là dietro.
C'erano due amici sinceri, legati per sempre da una promessa remota,
ed una festa di gente ad applaudire l'artista, o forse il pilota.
C'era una donna sognante, e una canzone da stringersi al cuore per i giorni di nebbia,
per le notti di veglia, le giornate più grigie, per scansare la rabbia.
C'era un tempo minuscolo, una risposta ossessiva,
per far capire ad un bimbo quanto la vita sia viva.
C'era una foglia smaniosa, una domanda di libertà sospesa,
che dovette cadere nel fango per soddisfare la sua sete curiosa.
C'era un sogno ricorrente, un incubo allucinante,
la sensazione che niente possa scampare ad un eterno agghiacciante.
C'era una amica sperduta, rimpianto e ricordo di un cuore straziato,
ed un marito costretto a tornare per capire dove il suo viaggio fosse iniziato.
C'era un senso preciso nascosto in un lampo d'argento,
che non hai colto e hai lasciato sfuggire in un soffio di vento.
C'era un bimbo, trepidante e felice, diretto verso un mondo di vita,
e suo padre, solerte e deciso, a sorreggerlo nella sua prima caduta.
C'era una bimba, presente di luce, nascosta nel ventre,
a rimandare a un futuro, alla vita, più oltre.
C'era infine una storia, una scelta affrettata,
e una domanda rabbiosa per una risposta negata. 

E adesso? Dove mi porti?

giorgetto2read sabato, 01 marzo 2008 | Permalink | commenti (6)
 

Chapter 17 - Il viaggio

la tolda della nave - Pupanna

 foto per gentile concessione di pupanna
tutte le foto di pupanna sono visibili nel suo spazio su flickr

Eravamo partiti per un viaggio di conoscenza.
Eravamo saliti su un aereo diretto lontano, arrivato da non si sa bene dove. Avevamo preparato valigie leggere, pochi effetti e un mare di curiosità. Avremmo lasciato pure quelle, se avessimo saputo a cosa andavamo incontro. Avevamo disdetto appuntamenti, lasciato appartamenti, abbandonato impieghi, salutato amici.
Ed eravamo corsi veloci verso un destino ignoto ed amico, in anticipo sul tempo.
E nulla ci sembrava così vicino come la speranza di una vita felice, niente ci sembrava più facile che contare su noi stessi. Non eravamo neanche giovani e neppure adolescenti.
Ma eravamo una corda tesa, una pelle di tamburo riscaldata dal sole, eravamo pioggia e vento e sale e luci nel buio.
Come l’arrivo notturno in una grande città: un bagliore diffuso e indistinto che lentamente si accende di luci via via più splendenti, prima disposte in sparpagliate file poi mutando in geometrie curiose, e infine rivelando palazzi, case, camere, auto, lampioni, gente. E quando il rombo dei motori sembra svanire, d’improvviso un pezzetto di buio invade l’oblò prima di sentire il tonfo delle ruote sulla pista.
Eravamo sorpresa e rossore, desiderio e tremore.
Eravamo un fuoco sottile, caldo e accogliente, pronto a divampare nel petto all’arsura di un cielo tropicale, in una notte rovente.
Eravamo gelo all’addiaccio, i sensi smarriti in bicchieri di vodka con ghiaccio.
Eravamo un risveglio tardivo, letti disfatti e camere spoglie. Eravamo giorno, attesa, corsa, fame e rabbia. E mentre l’inverno pareva lontano come la città che avevamo lasciato, scoprivamo di essere diventati grandi senza avere ancora conosciuto nulla.
 
Un viaggio inutile. Una corsa verso il niente. Un respiro affaticato da gradini di fango.
E così ci inventammo la nebbia. Diventammo nuvole grevi e gelide nelle mattine di inverno; auto sporche che rombavano veloci verso il buio dell’anima, verso il freddo dell’alba.
Diventammo cicche di sigarette spente rabbiosamente fuori dai motel, marmitte fumanti in mezzo al rumore di camion lontani, parole sempre uguali sussurrate tra nuvole di fumo e sciarpe arrotolate.
Cercavamo camere accoglienti e femmine compiacenti, saluti affrettati e indumenti gettati; docce bollenti e lenzuola pulite, ruvidi accappatoi e posacenere sui comodini.
Vite veloci, giorni senza domande, serate senza risposte, notti senza sogni.
Come la partenza all’alba da una grande città: i vagoni che sussultano sferragliando, la banchina che si allontana, il tremore che si diffonde alle porte, ai sedili, alle mani, al libro, e mentre lo sguardo si sfianca contro il finestrino appannato piano piano compare la periferia, lo sterco sui binari, le baracche, i rifiuti, la gente. E quando il crepitare dei binari sembra sovrastare lo squallore, d'improvviso ecco che il giorno scompare dentro al gelo di una galleria.
Diventammo grigio e vapore, sonno e torpore.
Diventammo fogli di giornale sollevati dall’onda del treno, fluttuanti per secondi interminabili prima di essere di nuovo sospinti in alto, poi in basso, volando strappati, laceri, sporchi.
Lettere indistinte nell’aria. Illeggibili, inutili.
E mentre l’estate pareva distante come l’amore che avevamo cercato, scoprivamo di essere diventati uomini senza avere ancora conosciuto nulla.
 
Cosa scegliemmo di fare? Quale voce ci spinse a desiderare il riposo? Quale ci spinse a posare i bagagli? Quale letto scegliemmo di adornare con lenzuola di seta? E su quale invece posammo una sposa radiosa?
Quale viaggio ci portò così lontano da non desiderare un ritorno? E quale ci spinse a credere di dormire finalmente sonni tranquilli? Quale notte ci sembrò così lunga? E quale invece passammo sospesi come un’aurora boreale, come un tempo mai uguale?
Ci sembrò un’attesa senza orario, una missiva senza destinatario.
Ci parve un viale senza luci, un giardino senza voci.
E nello scorrere di un fiume torbido, invano cercammo ciottoli da gettare, rumori da ascoltare, gemme da scoprire, solchi da riempire.
Ci apparve tutto più lontano, nulla più a portata di mano.
Ci apparve un sogno senza risveglio, e mentre alzando lo sguardo cercavamo stelle brillanti, sentivamo solo echi di rancori profondi, distanti.
Come un punto tra due destinazioni, come un ponte sospeso sul vuoto senza protezioni; come il viaggio che avevamo intrapreso, a metà del quale ci eravamo riscoperti soli e disperati, stanchi e affamati.
Una scelta sbagliata, una risposta non data.
Una domanda mai posta, per non correre il rischio di sapere quanto costa…
 
...viaggiare, correre, mutare, cercare, sbagliare, amare, desiderare, spendere, gettare, tornare, entrare, guardare, sognare, credere. ...sperare. ...vivere.

[end chapter 17]

giorgetto2read lunedì, 25 febbraio 2008 | Permalink | commenti (2)
 

Chapter 16 - Giulia e Lara

Fiori - Pupanna

 foto per gentile concessione di pupanna
tutte le foto di pupanna sono visibili nel suo spazio su flickr

Che cosa penserai? Quale destino ha preparato Dio per la tua vita?
Non posso fare a meno di domandarmi queste cose, mentre penso a te.
Il letto è grande. Ti sembrerà addirittura enorme quando vorrai restartene accucciata a farti coccolare fino a mattina inoltrata, e non ti accontenterai certo delle mattine dei giorni di festa... Ma ora sembra piccolo, quel letto. Pieno della vostra presenza, della vostra attesa, pare davvero piccolo, e mi spaventa non poco l'idea di potere fare un gesto improvviso, nel sonno, un movimento brusco, una qualsiasi azione che vi possa fare del male. Meglio passare la notte sul divano.
Chi sei? Che cosa farai?
Non posso fare a meno di pensare che la tua vita è ancora così piccola, così fragile, eppure già ricolma, stracolma di un mistero immenso, ineffabile, talmente grande ed inesprimibile che non riesco neppure a dargli un nome; non posso neanche pensare di contenerlo da qualche parte; figurarsi immaginarlo mentre riempie di vita una creatura piccola e indifesa come te. Eppure questa tua vita ancora piccola, brevissima, ha già dentro di sè il sigillo di un amore eterno, infinatamente più grande del mio e di quello pure enorme di tua madre. La tua vita è già piena di misteriosi rapporti di amore e di tenerezza, di gioia e pure di sofferenza. E' già legata a doppio filo ad una bambina nata prima di te, e che ora per te prega e vive assieme a Dio. Ma è pure avvinghiata, e lo sarà per tanto tempo ancora, con una altra creatura che ora ti guarda, come me, in un misto di curiosità e di gelosia. Tutti e due, lui ed io, allunghiamo timorosi la mano sopra la pelle tesa di tua madre, ed attraverso il suo ventre ti sentiamo agitarti indecisa, timorosi in fondo che la tua frenesia non si fermerà affatto una volta fuori da lì. Aspettiamo curiosi e gelosi di sapere chi sei, che sorriso avrai, quali giochi potremo fare insieme, e anche quanto dell'amore di tua madre riuscirai a portarci via..... Siamo uomini, e per giunta maschi, tutti e due.
Penso però anche ad un'altra bambina, che un padre come me ha aspettato curioso e fiducioso. La nostra amicizia di uomini, la nostra avventura di mariti e di padri si è mescolata ed incontrata con il nostro talento, con la nostra passione. E non abbiamo potuto fare a meno di dedicare entrambi, talento e passione, insieme a tutte le nostre gioie e alle nostre debolezze, a Cristo che ci ha fatti incontrare, che ci ha fatto conoscere le nostre mogli, che ci ha fatto dono di cose che non possiamo tenere nascoste dentro di noi.
Nel vostro destino, tuo e della tua "sconosciuta" amica, c'è qualcosa di più grande di noi orgogliosi ma poveri padri. Per quanto grandi ti sembreranno le mie mani, per quanto alta ti sembrerà, da scalare, la montagna che io sono, per quanto amore ti mancherà di quello che mi chiederai, c'è qualcosa di più grande.
Vorrei che la tua vita sbocciasse come un fiore all'alba, i petali sfiorati dalla luce dell'aurora mentre il prato ancora riposa al buio.
Vorrei che un giorno si svelasse evidente davanti a te la tua strada.
Vorrei toglierti di torno ogni ostacolo e ogni dolore, ma so che non potrò mai farlo, e allora vorrei che ti apparisse chiara la speranza ed il senso che incontrerai al di là di ogni ostacolo, dentro ad ogni ostacolo.
Vorrei vederti bimba, ragazza, donna, sposa e madre felice, ma ancora di più vorrei saperti libera.
Vorrei vederti scegliere, decidere, sbagliare e riprenderti, ma più di tutto vorrei saperti amata.
Vorrei amarti ed aiutarti, ma più di tutto vorrei che tu conoscessi l'amore immenso che Dio ha per te.
Ora riposa, mia piccola adorata.
Non manca molto.
Tra un po', finalmente, ci conosceremo.

[end chapter 16]

Il player propone Lara, la canzone dei Rockers Estinti che ha ispirato questo breve racconto. Grazie a Sandro, autore di una di quelle canzoni che hanno segnato, in bene!!!!, la mia vita. Grazie anche per darmi la possibilità di farla ascoltare, così come altre sue canzoni suonate dai Rockers Estinti.

 

giorgetto2read venerdì, 15 febbraio 2008 | Permalink | commenti (10)
 

Chapter 15 - La bicicletta

in velocità

 foto per gentile concessione di pupanna
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Il sole è alto ormai da ore, arroventa la stradina di sassi che corre diritta in mezzo al campo di grano quasi pronto per essere mietuto.
A quest'ora del giorno i rumori di questo mondo lontano, sperduto nel tempo e nella memoria, sono ormai quasi completamente affievoliti; i grilli hanno gracidato per tutta la notte e per buona parte della mattina, insieme al coro di ranocchie che occasionalmente traversano ancora la stradina per raggiungere l'argine del fiume più avanti; le rondini hanno lautamente cacciato ogni genere di insetto fino a che la calura glielo ha consentito, e ora riposano nei loro nidi di sterpi e fango al riparo dal sole cocente; ogni altro animale pare rispettare una consegna del silenzio dovuta più alla fatica di emettere ogni tipo di suono piuttosto che ad un qualche rituale segreto e fertile.
La campana in lontananza si appresta a battere le ore undici, entro le quali nei giorni feriali ogni persona fa ritorno alla propria casa a pranzare e a riposare, almeno fino pomeriggio inoltrato. Ma oggi è festa, la messa è stata assolta il mattino presto, come di consueto in questa stagione, e la campana ora si limita allo scorrere naturale del tempo più che invitare qualcuno ad una messa che non ci sarà, almeno fino a sera. Sembra questa, la campana, l'unico segno di attività umana, per così dire.
Ma dietro la porta del granaio c'è una attesa febbrile e spasmodica che pare impossibile possa appartenere a questo mondo di pace. Un bambino eccitatissimo, sorridente e spaventato, preoccupato ma felice, ha ricevuto il regalo più desiderato: la sua prima bicicletta. Papà gliel'ha comprata in inverno da un robivecchi e per tutta la primavera, sotto il suo sguardo, l'ha sistemata un po' alla volta: vernice, olio, i raggi delle ruote, gli pneumatici, il sellino imbottito, tutto rimesso a lucido per il grande evento.
Oggi si impara la bicicletta.
Si può descrivere l'attesa, la gioia, l'ansia, il timore, il desiderio? Si possono descrivere tutte queste cose quando, tutte insieme, prorompono sul volto di un bambino? Si può descrivere la speranza, il futuro, la vita, l'amore? Si possono descrivere tutte queste cose quando, tutte insieme, irrompono nella storia personale di un adolescente?
L'uomo invece sa cosa lo aspetta; almeno fino a un certo punto. Sa che cosa deve fare, quali indicazioni dare, quali parole usare. Ma il resto?
E' ora di montare in sella. L'uomo tiene la bicicletta per un braccio del manubrio, mentre l'altra mano sorregge il fondo del sellino; il bimbo è così libero di salire e mettere le mani sul manubrio ed entrambi i piedi sui pedali senza correre il rischio di perdere l'equilibrio. Bene, benissimo. Il bimbo sorride, poi ride di più. L'uomo comincia a camminare piano piano, sempre tenendo entrambe le mani sulla bicicletta. L'agitazione e la gioia del bambino crescono insieme alla piccola differenza di velocità; e anche l'uomo comincia a corricchiare un po'.
Bene, benissimo, ora è il momento. Prova tu. L'uomo molla le mani e il bambino prosegue. Non fa più di due metri che comincia a barcollare e, incapace di correggere l'equilibrio, crolla a terra incrociandosi con la disarticolata bicicletta. Prima di guardarsi mani o piedi il bambino alza lo sguardo tremante, certo che il papà lo rimprovererà per non essere stato capace di continuare da solo. Ma quello che vede lo lascia incredulo. Il papà gli si fa incontro sorridente e premuroso; gli controlla le braccia e le mani, si leva un fazzoletta dal taschino e gli pulisce il sangue che sgorga da un ginocchio sbucciato e, teneramente ma con decisione - riproviamo? -
La seconda volta va meglio. Ora il bimbo ha fatto cinque metri prima di fermarsi, ma con entrambi i piedi a terra e la bicicletta fra le gambe. L'uomo lo guarda con un sorriso di ammirazione e approvazione. E la terza volta è quella buona. Il bimbo ora pedala, una, due, dieci, cento volte, dritto lungo la stradina. Il padre lo rincorre un po', incredulo e preoccupato, poi rinuncia stanco, accaldato e soddisfatto, aspettando di vedere dove si fermi per andarlo a prendere e "girarlo" verso la direzione opposta. Di questo passo ci metterà un niente a imparare a curvare. E poi....
Io sono il narratore, sono il padre e sono il bimbo. Sono l'uomo a cui sono state affidate creature da mettere su una bicicletta, rivolta nella direzione di una luce risplendente da qualche parte lungo una stradina bianca. Impareranno a curvare, e allora niente potrà più rassicurarmi che continuino nella giusta direzione, nè che la ritrovino dopo averla deviata. Ma io sono anche il bimbo, che un padre premuroso ha messo su una bicicletta, un giorno di sole di tanto tempo fa, un giorno meraviglioso, indimenticabile. Della fiducia di quel padre che mi aspettava, dietro, ho dovuto dubitare, mio malgrado, anche se nulla era più splendente e grande dei suoi occhi. Io stesso, in sella a quella bici, ho tradito tante volte la fiducia dell'uomo che mi ci aveva messo. Ma della certezza di quella luce, da qualche parte lungo la stradina bianca, di quella non ho mai potuto dubitare, nemmeno quando avrei voluto. E questa luce ha dato un senso all'amore incostante di un padre, al desiderio felice di un bimbo, a ogni curva, ad ogni svolta, ad ogni strada, ad ogni ritorno.

dedicato a s.p.

[end chapter 15] 

giorgetto2read venerdì, 18 gennaio 2008 | Permalink | commenti (14)
 

Chapter 14 - Un Soffio di Vento

foto per gentile concessione di pupanna
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E' quasi l'alba ormai fuori nella città
fuori da questo mondo che sembra non dormire mai
avrei voluto anch'io sfiorare le tue mani
avrei voluto illudermi che non fosse mai domani
ma c'è una strada sola ed una sola vita
è questa che mi resta è questa la mia sfida
  E' stato un lampo d'argento in una notte scura
  o forse un colpo di vento ma non avere paura
  è stato un cielo azzurro bagliori di corallo
  come una principessa che si prepara al ballo
Il sole è alto e già si muove la città
forse lo hai creduto perso ma non ti ha abbandonata mai
tutto l'Amore Suo, quel desiderio che
ha mosso l'universo si muove sempre accanto a te
per questo c'è una strada ed una sola vita
non ti voltare indietro mai prima che sia finita
  E' stato un lampo d'argento in una notte scura
  o forse un colpo di vento ma non avere paura
  è stato un cielo azzurro bagliori di corallo
  come una principessa che si prepara al ballo
  mi resta un cielo azzurro riflessi di corallo
  sei tu la principessa ma questo non è il mio ballo

 

giorgetto2read domenica, 02 dicembre 2007 | Permalink | commenti (17)
 

Chapter 13 - Incontro

mvago350Faceva piuttosto freddo; anche se giù in basso tanta gente ancora riempiva le spiaggette e i prati in riva alla baia e si godeva il sole di metà settembre, su, in cima alla torre soffiava un vento gelido. Ma valeva davvero la pena andarci e trattenersi ad osservare il meraviglioso panorama: dalle Olympics fino al monte Rainier (vetta misteriosa e sempre avvolta da nubi ciclopiche) dalla catena del Cascade su fino quasi a sfiorare i confini del Canada, dal variopinto skyline del centro di Seattle fino alle più lontane baie, contornate da splendide casette immerse nel verde e barche a vela ancorate ai porticcioli. Non so se lo spettacolo fosse sempre così maestoso e insieme familiare: quel giorno certamente lo era.
Sabrina mi aveva dato appuntamento lì, in cima allo Space Needle, certa che qualunque taxista di qualsiasi nazionalità mi ci avrebbe portato in un batter d'occhio e senza poter fingere di non avere capito la destinazione. Era uno dei miei primi viaggi, certamente quello più lontano, e tentavo di parlare una lingua praticamente sconosciuta, ricordo sbiadito di assonnate lezioni al liceo, e che certamente risultava sconosciuta ai miei interlocutori.
Sabrina mi aveva solo detto:
"Stàmpati una foto da internet e mostrala al taxista. Ci vediamo in cima alle tre, tre e mezza".
Niente altro. Prima di salire mi scocciava parecchio essere arrivato così presto, prima dell'una, ma una volta arrivato me l'ero goduta, avevo fatto foto, letto una guida in italiano, guardato la gente e il panorama.
Sabrina era arrivata che erano quasi le quattro, e aveva cominciato subito a mitragliare una raffica di scuse, di incidenti, di accidenti....
"Tranquilla, tranquilla, è un ritardo da nulla, non fa niente".
"Oh, dici bene tu, sei in vacanza!"
"Sei bella come allora!"
"Ehi, nemmeno un ciao?"
"Sei tu che nemmeno hai salutato e già hai cominciato la tua litanìa tutta d'un fiato".
"Hai ragione, è che sono nervosa. Tu, invece - te lo posso dire? - sei ingrassato"
"Me lo puoi dire,..... anche se avrei preferito di no.... ma così posso abbracciarti meglio: dài, vieni!"
L'ultima volta che ci eravamo visti era stato vent'anni prima. Un saluto frettoloso e bugiardo alla stazione: alla fine della settimana, sul treno di ritorno dalle lezioni all'università, avevo "assoldato" il fido amico Franco perchè mi facesse il palo fuori dallo scompartimento, mentre dentro io ero certo di poter ottenere da Sabrina quello che non ero riuscito ad avere in tutto il tempo precedente. Ma Sabrina già da mesi aveva cominciato a respingermi, a negarsi il sabato sera, a chiudersi in appartamento dopo le lezioni e, ancora non lo sapevo, a vedersi con qualcun altro, Luca, credo, o forse già Carlo, quello che poi se l'era sposata.
Sabrina era soprattutto testarda, cocciuta, abitudinaria e meticolosa, ma serena. Una destinata ad ottenere tutto ciò che voleva, dalla vita. Aveva carattere e io me ne ero accorto subito, ma, essendo riuscito a "mettermi con lei" quasi senza alcuna fatica pensavo che poi sarebbe andato tutto in discesa....
A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età.
"Quanto tempo è passato....?!?"
"Hai ragione, Sabrina, tanto tempo..."
"Tutto invano"
Sapevo che ci sarebbe arrivata, lo sapevo, lo temevo, ero arrivato fin lì apposta; ma forse speravo di rimandare un po' il momento fatale.
Avrei voluto dirle - nulla accade invano - ma le chiesi:
"Come stai?"
"Come vuoi che stia?"
Avrei voluto dirle - vorrei sapere che sei felice come lo eri allora - ma le chiesi:
"Hai freddo, vuoi che entriamo"
"No, mi piace stare qui. Vengo spesso qui. E' sempre pieno di turisti, è impossibile incontrare qualche faccia conosciuta. E poi questo panorama, riesco a guardare così lontano che mi illudo di poter vedere....."
".....casa?"
"....sì, casa."
Avrei voluto raccontarle qualcosa dei nostri amici - ti ricordi di Paola? - la sua migliore amica di allora, ma le chiesi:
"Hai voglia di parlare?"
"....."
"Come vuoi, scusa"
"Alberto."
"Sì, dimmi"
"Perchè sei venuto fino qua?"
Non me l'aspettavo. Avevo preparato tutto, le mail, le telefonate, le avevo raccontato della visita di lavoro su a Yakima, gli indirizzi dei clienti che avrei visitato, le coincidenze, gli scali, gli aeroporti.... non pensavo proprio che avrebbe capito subito che ero lì solo per lei.
"Perchè ti voglio bene"
"Alberto, tu hai una famiglia e dei figli, così mi hai scritto. Sei venuto a fare una scappatella a migliaia di chilometri da casa? E tante altre cose ho capito da ciò che mi hai scritto: ho riconosciuto in quelle lettere una persona felice, quale tu non sei mai stato, almeno non fino a quando ci siamo frequentati."
"Eravamo giovani, pieni di rabbia....."
"Tu eri pieno di rabbia e di pretese, io non lo ero affatto"
Era vero. Sabrina era sempre stata la persona più raggiante che avessi mai conosciuto: raggiante, assai più che bella. Ma anche esigente, con se stessa prima ancora che con gli altri. Aveva un modo tutto particolare di credere in Dio, una fede semplice e ostinata, una fede di altri tempi, che sembrava rocciosamente sorretta da gesti rituali, abitudini, buone maniere, qualcosa che sembrava non potesse mai essere incrinato. Mi faceva soggezione, e mi faceva anche arrabbiare, allora, perchè pensavo fosse quella fede l'unico ostacolo fra me e la felicità che mi aspettavo da lei.
"Cosa è successo?"
"A me? oh, è semplice: Carlo è morto. Te lo ricordi Carlo?"
"Mi dispiace.... certo che me lo ricordo"
Erano partiti per gli Stati uniti in viaggio di nozze e non erano mai più tornati. Lui lo conoscevo poco, mi sembrava uno stronzetto, ma forse allora ero solo geloso; poi se ne erano andati e chissà lui cosa era diventato prima di morire.
Avrei dovuto dirle - la morte è solo il nostro viaggio di ritorno verso Dio - ma, pur conoscendo benissimo la risposta, le chiesi:
"Quando?"
"E' tanto ormai, sono dieci anni"
"E tu?"
"Ho perso lui, ho perso tutto quello in cui credevo, ho perso la voglia di sperare, ho perso la voglia di vivere, sono morta".
Sabrina non aveva lacrime. Il suo volto asciutto, impassibile, avrebbe potuto raccontare allo stesso modo dell'articolo di un quotidiano, o della lista della spesa. E invece mi stava raccontando qualcosa di terrificante. Sapevo che la vita qui era stata difficilissima per lei: pur disponendo di tantissimi soldi, un lavoro da favola, nella società più ricca e famosa del mondo, la sua vita era soprattutto un oceano di solitudine, di depressione, di storie durate il tempo di una sigaretta, di legàmi sottili come carta. Sapevo già tutto, o forse credevo di saperlo, ma Sabrina non mi risparmiò nulla: nulla della disperazione della sua vita subito dopo la morte di Carlo, della difficoltà di avere amici, amici veri, nulla mi sottrasse degli uomini che si andava a cercare ogni sera nei locali, nulla di ogni pasticca e polverina sciupata per nascondersi dalla paura.
Avrei dovuto dirle - fèrmati! la disperazione assoluta non esiste; se ancora senti il vuoto dentro di te è perchè desideri ancora l'amore - ma le dissi solamente:
"Andiamo a bere qualcosa".
Mi portò ad ascoltare un po' di musica rock, al Twilight o qualcosa di simile. Ormai cominciava a fare sera, una meravigliosa serata tersa e limpida, che si andava arrossando piano piano mentre il sole si tuffava lontano nell'oceano. Il locale aveva vetrate ampie e luminose che davano su una delle tante baie, e l'acqua immobile specchiava ogni piccolo dettaglio dell'altra sponda. Il mondo, quella sera, da lì, sembrava essersi duplicato: una parte in alto, chiara, tersa, affascinante e limpida; ed un'altra, ugualmente meravigliosa ma rovesciata all'ingiù. Niente avrebbe potuto descrivere il nostro incontro meglio del quadro incorniciato da quella finestra.
Avrei voluto dirle - guarda come è bello il mondo. si è fatto straordinario solo per te, questa sera - ma riuscii solo a chiederle:
"Cosa prendi?"
"Non so, un Martini.... poco alcool, voglio stare lucida, almeno per il tempo che ti fermi qui"
"Grazie, cara.... "
"E a te, cosa ti ha salvato? Come hai fatto? in fondo sei sempre stato un po' sfigato?"
Come cazzo faceva ad andare sempre al centro delle questioni? Cosa fossi vent'anni prima, questo lo sapeva bene, ma cosa ero allora, quella sera, come poteva saperlo? Eppure....
"Non sei molto carina..."
"E' la verità. Eri bellissimo, fisicamente mi piacevi un sacco, ma non hai mai capito niente della gente che ti stava intorno, a cominciare dalle ragazze."
"Sono ancora così"
"Bellissimo... insomma.....direi di no! Quanto al resto, non so. E allora? Qual è la ricetta?"
Avrei voluto dirle - non ci sono ricette, ho solo cominciato a fidarmi degli amici; di quelli che, come te allora, erano felici della compagnia di Cristo - ma non feci altro che dirle:
"Forse sono solo stato fortunato"
Lei sollevò i suoi occhi meravigliosi e spenti; mi fissò a lungo e poi: "Vuoi passare la notte da me?"
 
La sera che rientrai dal viaggio, molto tardi una notte, mia moglie era ancora sveglia ad aspettarmi. Non notò subito le mie mani, ma quando lo fece si bloccò per un attimo e nel tempo di un battito di ciglia parve aver capito tutto quello che mi era successo. Non mi chiese mai perchè avessi le nocche insanguinate e tumefatte. Forse temeva che, se lo avesse fatto, le avrei detto una bugia, una qualsiasi tipo - sono caduto dalle scale dell'albergo.
Mi parlò solo tre giorni dopo:
"Ci sei stato a letto?"
La verità. Sarebbe bastato dirle la verità. Mi sarebbe bastato raccontare che ero rientrato in albergo ormai all'alba, dopo aver preso a pugni ogni lampione, ogni portone, ogni muro che mi si era parato dinnanzi. Mi sarebbe bastato dire - No. Lei sapeva benissimo che non c'ero andato a letto, ma sapeva altrettanto bene che lo avevo desiderato più di ogni altra cosa al mondo, in quel momento. E queste sono cose che non si riesce a perdonare facilmente.
Avrei voluto raccontarle - credimi, la cosa che più mi ha sconvolto è che non sono riuscito a dirle niente, a fare niente per lei - ma anche questa volta non mi uscì nulla se non un:
"Potrei spiegarti...."
"Lascia stare, mi ha detto don Claudio che domani vai da lui. Parlane con lui e poi, io e te, ....vediamo"
Ero partito con la presunzione di salvare il mondo. Mi sarei accontentato di salvare un amica. Avevo fallito l'uno e soprattutto l'altro dei miei obiettivi. Forse perchè, come lucidamente la mia amica mi aveva detto, ero solo uno sfigato. O forse perchè solo Dio può salvare, Lui solo può perdonare, anche se si serve di sfigati, anche se preferisce i disperati. Chi lo sa se davvero la mia amica non fosse più vicina a Lui di quanto lo fossi io? Chi lo sa? Io l'avevo amata un tempo con l'amore di un adolescente, l'avevo poi desiderata con la concupiscenza di un uomo, ma potei solo affidarla a Dio sperando che, un giorno, trovasse la sua pace. La mia pace.
 
Quante donne bastano per salvare un uomo? Quanti amici servono per salvare il mondo?
Quella volta andai fino ai confini di un oceano per scoprirlo, ma lo capii davvero tornando a casa.
La mia casa.

giorgetto2read mercoledì, 14 novembre 2007 | Permalink | commenti (21)
 

Chapter 12 - In morte di AP

mvago350La striscia di asfalto scorre veloce. Ce n'è tanta, di strada, alle tue spalle. Ancora di più ne hai davanti, prima di arrivare. La striscia scorre veloce sotto le ruote, troppo veloce. E dozzine e dozzine di pensieri ti si affollano nella mente, sovrastando ogni percezione. Che fatica, che fatica! E per cosa, poi? Perché? Ogni volta è così. Ogni giorno è così. Lampi di serenità e di pace in mezzo a deliri continui di ansia, responsabilità e sudore. Senza riconoscenza. Un sorriso, forse, strappato con le unghie prima di spegnersi in una smorfia. E per cosa, poi? Perché?
Ma intanto il nastro scorre veloce, come le ruote sulla striscia di asfalto. Quante volte hai pensato di……? Quante volte? Un attimo prima del buio, un secondo prima del disastro. Ti sei sempre fermato prima. Ti è mancato il coraggio di andare oltre. O forse hai solo avuto troppa paura di arrivare in fondo, oltre il fondo, oltre l’unica certezza di quel sorriso stiracchiato, di quei lampi nella nebbia.
Ma ora il nastro scorre veloce e l’auto che va nella direzione opposta, quel pazzo, che fa? Abbassa quei fari! Spegni quelle luci! Ma che fai?
Finalmente,
Non lo credevi. Non ci credevi.
Ma, come vedi, non c’è dolore.
Finalmente.
Ciò che avevi tante volte desiderato, senza mai riuscire a compierlo, ora, semplicemente, è accaduto.
E adesso?
Adesso apri gli occhi. Non vuoi vedere dove sei arrivato? Non sei curioso di sapere cosa illumina le tue palpebre socchiuse? Non ti chiedi il motivo del chiarore diffuso che sembra pervadere la tua mente e riscaldare, finalmente, il tuo corpo. Apri gli occhi, sei arrivato.
….
“Noooo!!”
“Sì”
“Ma come….? Tu? Qui?
“Io, sì. Ma…….dove?”
“Non lo so! Questo non è il…………”
“Cosa?”
“Io……..credevo………fosse………”
“Ah, ah, tu pensavi…..davvero!!! pensavi davvero che questo fosse il paradiso?”
“Ma, io, veramente…..”
“Ah, ah, non sei mai cambiato, povero ingenuo. Oooohhh, e adesso piagnucolerai, che non hai mai fatto niente di male, che hai voluto bene ai tuoi figli, a tua moglie, ai tuoi amici, che hai sempre lavorato e sudato e fatto i compiti”
“Ma, io, veramente…..”
“Ah, ah, sei proprio divertente, anzi di più, pateticamente divertente”
“Ma tu che ci fai qui?”
“Io? Lo sai che io ho una memoria infallibile”
“Sì, lo so. E allora?”
“Eh, eh, sono venuto a ricordarti tutte le volte che hai desiderato di farla finita”
“……lo so anch’io, grazie…….”
“e tutto il male che hai fatto, a te, ai tuoi amici, ai tuoi figli, a tua moglie, al tuo lavoro, a me e……..”
“……a Dio……..sì, sì, lo so”
“Dio? Ah, ah, sei proprio buffo. Di Dio non mi importa nulla. Non so neanche se ci sia. E comunque non me ne importa proprio nulla. Questo è un affare fra me e te”
“Ma dove siamo allora?”
“Cosa importa dove siamo? Quello che importa è questa lista, la TUA lista: dunque, da dove vuoi cominciare?”
“Ma che dici? Quale lista? Di quale lista parli?”
“Ah, ah, lo vedi, fai finta di nulla. Tutti uguali! Allora cominciamo da Stefania”
“Stefania? E chi è?”
“Ah, ah, vuoi proprio farmi morir dal ridere? Come, chi è? E’ la donna che non hai mai amato. E’ la bimba che non è mai nata. E’ la ragazza che hai tradito. E poi c’è sempre Riccardo”
“Non conosco nessuno con questo nome!!”
“Lo conosci, lo conosci……”
“NON LO CONOSCO, LASCIAMI STARE”
“Bugiardo!”
“SEI TU IL BUGIARDO! BASTARDO! VATTENE!”
……
“Cosa c’è, caro?”
“Oddio, sei tu? Sei proprio tu?”
Sì, è proprio lei. E’ la donna del tuo cuore, è la madre dei tuoi figli. Ti sta scuotendo forte. L’hai spaventata, poveretta. Ma ora puoi aprire gli occhi.
“Ma che hai?”
“Io…..credo……credo di avere fatto un brutto sogno”
“Brutto? Pessimo, direi! Gridavi come un diavolo! Si direbbe che tu abbia sognato il dottor Ugo all’inferno”
“Eh?.....può darsi, sai….. ma non ricordo bene……..”
“Buonanotte”
“Buonanotte”.
….
Non avere paura.
Non sei il primo uomo che è arrivato ad un passo dal precipizio. Tanti sono andati oltre; tanti altri sono stati afferrati un attimo prima. Ma non temere. Dio ha amato ognuno di loro: ha amato la loro libertà e le loro scelte. E ama te; ama tua moglie. Ama quel talamo fecondo dove la vostra libertà e il vostro amore arricchiscono ogni giorno il Suo cuore.
Non avere paura.
Non avere paura.
Prendi i campi e vai.

giorgetto2read domenica, 11 novembre 2007 | Permalink | commenti (5)
 

Chapter 11 - Foglia nel Vento

Pietro e Giovanni - Eugène Burnand

Fu la primavera a scuotermi dal gelo
la notte senza sogni se ne andò in un volo
e fu mio padre l'albero a posare il fiore
linfa era mia madre con il suo calore
ma senza mai sapere da dove ero partita
ero una foglia nuova al sole della vita

Sole che ti chiama "io ti scalderò"
pioggia come lama "vita ti darò"
vento che ti ama "ti solleverò"
e finalmente libera sarò

L'estate mi portò la gioia della luce
di mille ali in volo in una sola voce
felice io però non sarei stata mai
legata ad un destino che io non vorrei
volevo anch'io volare libera nel vento
la vita respirare ed il suo movimento

Sole che mi chiama io mi scalderò
pioggia come lama io mi slegherò
vento che mi ama io sola volerò 
e finalmente libera sarò

Quando arrivò l'autunno carico di neve
sentivo la mia pena farsi un po' più lieve
e finalmente un giorno mi si fermò il respiro
vedendo che il mio sogno diventava vero
ma a terra mi trovai e fu solo stupore
nè albero nè linfa a riscaldarmi il cuore

Bosco verde chioma a te mi legherò
voce che mi chiama io ti seguirò
vento che mi ama io sempre ti amerò
e finalmente libera sarò

giorgetto2rock domenica, 07 ottobre 2007 | Permalink | commenti (14)
 

Chapter 10 - Cinque minuti

7820495Come un pugno di sabbia nel deserto. Come polvere di neve sulla cresta di un monte. Cinque minuti sono, rispetto alla vita, un quasi niente che passa inosservato. Trascurato. Voglio pensare al dopo. Voglio pensare al domani. Voglio vivere il giorno in cui la bellezza si mostrerà, maestosa e grata, come la donna del mio cuore. E ora sono qui, lungo un sentiero verso.... dove? Siamo tanti, siamo cento ragazzini paffuti che rumoreggiano su per la salita. E davanti a noi c'è un prete silenzioso. Rude, introverso, misterioso. Cammina a passo costante. Non veloce. Costante. Fra un passo e l'altro impiega sempre lo stesso tempo. Se il sentiero presenta ostacoli, sassi o radici, oppure si impenna improvviso, lui semplicemente accorcia la distanza del passo. Ma fra un passo e quello successivo mantiene sempre lo stesso intervallo di tempo. Continuo, fedele, silenzioso, monòtono, instancabile. Come il tempo. La marmaglia dietro di lui si agita, rumorosa; corre, saltella, si ferma, arretra, sopravanza, rompe la fila. E lui continua, incurante. Fino a quando qualcuno comincia a chiedere: "don, ma quanto manca?". Non si gira, non risponde alla prima domanda. Ma non tarda molto ad arrivare la seconda  "don, ma quanto manca?"; e allora lui, senza fermarsi, senza rallentare, senza girarsi, a voce bassa e profonda: "cinque minuti". Non è vero e lo sa bene. E sa che non passerà molto tempo prima che.... "don, ma quanto manca?". "Cinque minuti". E' una bugia, oddio, è una bugia! Si capisce bene che è una bugia. I ragazzotti hanno un pò calato il frastuono. Quelli più agili e forti sono ancora lì che scassano, ma qualcuno comincia a chinare la testa e ad attardarsi, rosso in viso, le mani aggrappate alle stringhe dello zaino, la gola rovente. "Quanto manca, don?" "Cinque minuti". Lo vedrebbe chiunque che non è vero: a guardarsi attorno, si vede solo qualche raggio di luce che filtra tra gli alberi, e il sentiero che si arrampica verso una linea di scuro terreno là, molto più in alto di dove sei ora. In cinque minuti non si esce da lì. Lui lo sa che è così, non serve avere già percorso un sentiero per sapere che cosa ti aspetta dopo un fitto bosco, o appena superato un ripido passaggio. La montagna è piena di segnali: sembra cambiare improvvisa, ma invece è solo un lento passaggio da un "più in basso" a un "più in alto". E tutto muta lentamente e inesorabilmente in questa ascesa. Ci vuole esperienza per leggere, ci vuole cuore per ascoltare, ci vuole pazienza per capire. "Quanto manca, don?""Cinque minuti". I più scaltri cominciano a superare la diffidenza e il rispetto verso il sacerdote: "ma è un'ora che dice che mancano cinque minuti...!". E lui tace. Forse abbozza un sorrisetto malizioso, ma se anche così fosse nessuno lo vedrebbe, perchè lui continua il passo senza voltarsi, inesorabile, instancabile, incessante. Il sentiero sembra distendersi un attimo, e fra i sassi spunta uno zampillo di acqua fresca. E' un richiamo irresistibile. Lui passa avanti, senza curarsene, ma non così i ragazzi che lo vedono: "don, dài, per favore, fermiamoci un attimo". Ciascuno avrebbe il tempo di mettere la mani a coppa e bere giusto un sorso di quella acqua benedetta. Chi lo fa si assicura lo stretto indispensabile e può rimettersi velocemente dietro al sacerdote che intanto, senza che nessuno se ne sia accorto, ha rallentato di un poco il ritmo, proprio lì dove il sentiero pianeggiante consente a chi può di recuperare e rimettersi in fila. Ma qualcuno si ferma alla sorgente, sconvolto, maledicendo a bassa voce il prete ed il sentiero, la montagna e tutte le salite. E quando riparte rimane inevitabilmente attardato molto indietro, insieme agli altri che come lui non hanno resistito alla fatica, alla sete, a far rumore, a sopravanzare, a indietreggiare, a rompere la fila, a ignorare i consigli. Qualcuno più grande li sorveglia in fondo alla fila, comprendendo solo ora la disposizione ricevuta dal sacerdote "Stai sempre in fondo a tutti; non ti preoccupare di dove sono io; ci vediamo in cima". Il ristoro rende un po' di coraggio, e così rispunta la domanda "Quanto manca, don?". "Cinque minuti". "Uffa, don, ma mancano sempre cinque minuti?". No. Ne mancano molti di più. E quando, dopo quasi due ore, dopo essere usciti dal bosco, dopo aver percorso una pietraia e superata una malga, si affaccia in lontananza un rifugio, tutti, anche i più sconvolti, capiscono che adesso mancano davvero cinque minuti. Il sole scalda il ristoro. L'acqua del lago rispecchia le vette imbiancate di ghiacci perenni. I mille sopiti rumori della montagna sono sovrastati dall'allegria del gruppo che, dopo il meritato riposo, scherza, gioca e canta felice sulle rive del lago. Si fa l'ora del rientro. Il sacerdote si incammina silenzioso, avanti a tutti. Ed io sono ancora qui, lungo un sentiero verso.... dove? Verso casa, verso la vita, verso il futuro che mi aspetta. Cinque minuti dopo cinque minuti dopo cinque minuti dopo cinque minuti. Un quasi niente che mi chiede di essere vissuto, di essere pensato, di essere considerato. Non un libro, non un discorso, non una predica o un sermone. "Cinque minuti" di quel sacerdote bastano per capire che il senso della vita è in questi cinque minuti. In questi. Non nei prossimi.







giorgetto2read sabato, 06 ottobre 2007 | Permalink | commenti (14)
 

Chapter 9 - Una donna così

Per una donna che ha pianto
almeno una lacrima vorrei avere asciugato
Per una donna che ha atteso
almeno un minuto vorrei regalarle dai miei
Per una donna che ama
vorrei che la gioia le camminasse al fianco
Per la mia donna che ride
darei anche il mondo
Per la mia donna che sogna
spegnerei anche la luna
Per l' Amore infinito
che ci ha chiamato sposi
per una donna così

ringrazio Dio

giorgetto2read domenica, 03 giugno 2007 | Permalink | commenti (19)
 

Chapter 8 - Agostini e Rostropovich

mvago350L’ultima volta che Davide incontrò Giovanni fu in un afoso pomeriggio di luglio.
Giovanni si era laureato il giorno prima, aveva festeggiato e passato un’ultima notte nell’appartamento della città universitaria condiviso con Davide, prima di rientrare provvisoriamente in famiglia, e infine definitivamente partire per la sede del suo futuro lavoro.
Giovanni era un’ottimo ragazzo: proveniva da una famiglia piuttosto sana; un buon rapporto con la apprensiva madre, meno buono con il tenebroso padre. Pur essendo una famiglia non ricca, aveva sostenuto Giovanni nel suo difficile tentativo di conseguire una laurea nella disciplina a lui più congeniale, l’Ingegneria Meccanica, interesse rafforzato da una viscerale passione per le moto. Ma la strada era stata lunga, più del previsto, due anni oltre il corso, anche se la media in quegli anni era di quasi tre. E durante le difficoltà, gli esami andati male, le sessioni rimandate, non sempre la famiglia era riuscita a sostenere Giovanni nella sua impresa, e questo aveva generato incomprensioni e malumori; anche perché Giovanni non aveva mai rinunciato alla “sua” comunità, cioè agli amici con cui, prima nella sua città e poi in quella universitaria, aveva percorso il proprio cammino di fede, parallelamente a quello di istruzione. Specialmente il padre, onesto operaio, un passato di lotte sindacali, imputava a questo le inevitabili cadute e i ritardi del figlio.
Davide invece era un artista. Un po’ scienziato, un po’ musicista, un po’ coglione, riusciva comunque a portare avanti, con molti stenti, il suo cammino verso la laurea in Giurisprudenza. Aveva scelto questa strada per agio, per far contenti i genitori. In realtà dedicava assai più tempo al violoncello, e il diploma del conservatorio gli importava assai più di quell’altro pezzetto di carta che, pensava, al massimo gli avrebbe garantito di ereditare una casa. In mezzo a tutto questo trovava inspiegabilmente anche un sacco di tempo per le ragazze. Brillante, un po’ naif, introverso all’occorrenza, gioviale secondo convenienza, faceva sempre centro, che si trattasse di future segretarie con gli occhiali in stile notte prima degli esami oppure sbaluginate defenestrate che avevano trovato al DAMS il luogo giusto per farsi sbattere ogni sera da uno diverso.
Come si fossero trovati insieme Davide e Giovanni, dopo che entrambi avevano già iniziato l’università, è piuttosto un mistero. Lo è tuttora, a distanza di anni, e fa certamente parte di una di quelle “misteriose e dolorose vie” attraverso cui agisce la provvidenza. .
In un modo o in un altro si erano trovati ad abitare assieme, nella stesso appartamente con due piccole camerette, dove la convivenza non era affatto facile; Giovanni studiava molto, e molto spesso in compagnia, e, quando non era solo, voleva sempre che la giornata di studio finisse con una preghiera insieme. Da ormai tre anni frequentava anche una ragazza, Lucia, che aveva conosciuto ad una festa e poi coinvolto nella sua “avventura” di fede.
L’altro lato della medaglia era Davide, che, nella sua stanza, trascorreva ore ad esercitarsi con l’archetto, anche se con lo strumento opportunamente silenziato in modo da non disturbare troppo. E, finito questo studio e quello assai meno pesante della “legge”, non disdegnava di portarsi, nella stessa cameretta, la ragazza di turno.
Fortunatamente i due passavano anche molto tempo fuori casa, fosse per i corsi o gli impegni di comunità di uno, per il conservatorio o una serata in osteria dell’altro, e uscivano e rientravano entrambi ad orari talmente sfasati che incontrarsi era un prodigioso calcolo statistico.
Almeno una volta a settimana, però, senza periodicità, si trovavano a casa la sera, solo loro due, e cominciavano interminabili chiaccherate, che sfociavano inevitabilmente in discussioni animate, specie sulla politica, sulle donne e, ovviamente, sulla religione. Giovanni era sereno, tranquillo, pacato, aveva dalla sua la forza di una fede semplice e solida, di una scelta radicata e di una compagnia di amici formidabile. Davide era rabbioso, a volte insolente, dubbioso, perfido, ma aveva imparato a rispettare il tenace amico, pur senza rinunciare a sfotterlo ad ogni occasione.
Spesso si ritrovavano con un paio di bottiglie di vino ormai vuote, e l’orologio inflessibilmente oltre le tre di mattina. A quel punto le frasi, ormai un rito, con le quali comunicavano l’un l’altro il compromesso raggiunto su una sospensione delle ostilità, erano: “Quando ti vedrò vincere le gare come Giacomo Agostini, allora capirò che Dio esiste” – “E io so già che Dio ti ama, perchè suonerai l’Aida nell’Arena di Verona, signor Rostropovich”.

Quel giorno, afoso pomeriggio di luglio, erano seduti su una panchina del parco. In pieno sole, grondanti di sudore, non avevano rinunciato a congedarsi con una discussione, dopo ormai cinque anni trascorsi nello stesso appartamento e grosso modo sempre la stessa discussione, specie negli ultimi tempi:
“Mi spieghi perché, adesso che ti sei laureato e che hai trovato lavoro, un fior di lavoro, finalmente non ti decidi a saltarle addosso e farle la festa?” – Davide era partito in quarta, furioso come al solito.
“Davide, basta, ancora questa storia, te l’ho spiegato mille volte, non ne ho più voglia” – Giovanni era esausto, scarico come una pila immersa nell’acqua salata.
“Ma adesso la faccenda è diversa; stai con Lucia da tre anni, e lei non ti ha mai chiesto nulla, fedele e silenziosa” – Davide non voleva rinunciare a quell’ultimo match.
“E io la amo, lo sai bene anche tu”.
“E allora perché non te la scopi?” – senza tregua Davide voleva convincerlo, ancora una volta – “No, dico. Fosse che anche lei è d’accordo, potrei anche capire, vi fareste del male l’uno con l’altro, e siete a posto tutti e due. Ma così no! Sono già sei mesi che lei me ne ha parlato, e a momenti mi veniva un colpo: pensavo che volesse cominciare con me!!! E io, anche se sono uno stronzo, non ti farei mai uno sgarro simile, anche se Lucia è un pezzo di figliola. Ma il problema esiste. E io so che ne parlate spesso. Ormai è diventata una “prova d’amore” alla rovescia, cioè lei che chiede a te di portarla a letto per dimostrarle che la ami… Mi sembra di sognare!!!”
“Davide, pensi che io sia indifferente? puoi mettere in dubbio il fatto che io la ami?” – aveva chiesto Giovanni.
“Assolutamente no! Infatti….!!
“E pensi anche che, dopo quello che abbiamo passato insieme, io sia felice di sentirmi chiedere questo da lei, come se io mancassi a qualche – dovere- nei suoi confronti?” – Giovanni non scherzava affatto.
“E allora perché no?” – Davide voleva chiudere la partita, vincente.
“E perché si?” – Giovanni era un diesel – “Forse perché lei, ogni volta che stiamo insieme e ci baciamo, sente che il nostro amore deve salire di livello, deve farla emozionare ancora di più? O forse perché io, ogni volta che la stringo fra le braccia e la bacio, anzi ogni volta che penso a lei, sento il cuore che pompa a mille battiti, sento ogni parte di me che inturgidisce e manda segnali inequivocabili, che certo a lei non sfuggono?”
“Esatto, per quello” – sentenziò Davide.
“Davide, ti voglio bene” – questa volta Giovanni era proprio stanco – “Ma se non hai capito fino ad ora, come posso trovare adesso una parola per convincerti?”
“Ma il problema è il tuo, non il mio”.
“Sì, è vero, è un gran bel problema. E, purtroppo, non ne vedo la soluzione. Anche Lucia si aspetta un cambiamento, dopo la mia Laurea. Io le ho proposto di sposarci, o almeno di cominciare a pensare assieme al matrimonio, a prepararci per questo. Ma lei, proprio l’altro giorno, mi ha detto che non ci pensa nemmeno di sposarsi prima della sua Laurea, e passeranno ancora due anni almeno. Ci siamo lasciati proprio male….” – disse Giovanni con dolore.
“Mi sono accorto che ieri alla festa di Laurea quasi neanche vi siete parlati. Perché la lasci andare? Perché vuoi rinunciare a lei?”
“Io non voglio rinunciare a lei. Io la amo. Ma amo anche Cristo e la compagnia che mi ha messo di fianco” – urlò Giovanni.
“Buoni quelli… Sono stati loro a convincerti….” – sibilò Davide.
“Smettila! Sai bene che non è vero. Io sono sempre stato libero in questa scelta, anzi è proprio questa la cosa che fa più incazzare Lucia. Se le dicessi che sono obbligato ne soffrirebbe di meno”
“E allora qual è il problema, dov’è l’ostacolo?”
“E’ che se non sono fedele alla mia scelta, come potrò promettere di essere fedele a lei? La mia scelta è stata quella di affidare a Cristo la mia vita, il mio lavoro, la mia famiglia, quella che ho e che non condivide le mie scelte, e quella che avrò, e che pare non condividerle neppure lei… Non c’è nessuna morale in questo, nessuno mi obbliga né mai mi sono sentito obbligato. Tu mi conosci bene. Lo sai che è così”
“Sì, lo so, ma resta una follia”
“No, la follia è quella di sentirsi sovrumani, infallibili, o peggio ancora di sentirsi senza speranza. O no? Ogni volta che desideri farti una ragazza, non pensi in fondo che se ce la farai sarai un vero gallo, e se fallisci sei un coglione?” – era l’ora di attaccare, pensò Giovanni.
“Veramente no, voglio farmela e basta.”
“Eddài, non mi raccontare balle. Vuoi mettere la scarica di adrenalina, la botta di vita, il senso di vittoria, la sfida in faccia al mondo e a quelli come me che si negano i piaceri della vita? Non mentire, me lo hai raccontato tu stesso un sacco di volte….”
“Beh, sì, e allora?”
“E allora, dimmi, che cosa rimane dopo, di tutta quella passione? Non vedi forse l’ora che si tolgano dalle palle il più in fretta possibile?”
“Eheheh, lo spero bene…..” – Davide sembrava non avere capito la mala parata.
“Ma se non è per sempre, che razza di roba è?”
“Che vuol dire?”
“Vuol dire: puoi amare qualcuno, se non desideri che sia per sempre? Puoi guardare in faccia una sola delle ragazze che più ti hanno attratto, se mai ce n’è stata una sola che ti abbia davvero incuriosito, senza desiderare che quel momento lì, quella gioia profonda, quell’abisso che improvvisamente ti si spalanca davanti, quella breccia che sembra aprirsi per svelarti il mistero della bellezza del mondo intero, senza che tutto questo sia per sempre?”
“Non ho mai provato nulla di simile” – tentò Davide.
“Francesca” – rispose pronto Giovanni.
“Francesca chi?..... oh, ma che c’entra? ........No!.........Quella era una cosa diversa….” – centro!!!!! Pensò Giovanni
“Oh, è sempre diverso, ma quelle che ho usato sono parole tue, non te le ricordi più? Ti pare che un ingegnere come me possa usare metafore simili? Tu non hai neppure idea della bellezza di quello che mi hai raccontato quella volta parlandomi di lei, della profondità delle cose che hai detto, e della loro verità”
“E allora?” – si informò Davide.
“E allora anche io desidero questo per la mia vita, e lo desidero anche per la donna che amo: desidero scendere in quell’abisso, passare oltre quella breccia, conoscere insieme a lei il senso della gioia profonda e della formidabile attrazione che ci unisce”
“E allora scòpatela” – acido, acido, Davide.
“Lo farò certamente, se accetterà di camminare con me. Non ne vedo l’ora, francamente. Ma nel frattempo non voglio accettare il rischio che uno di noi si svegli la mattina successiva con i maroni scassati dall’altro, così, per noia, o magari per “mancanza di libertà”….”
“E pensi che rinunciare adesso ti basti…..?” esultò Davide.
“No, non lo penso, non c’è nessuna ricetta per questo. – Giovanni affondò – Ma ad amare non si nasce già capaci. Ad amare veramente si impara, e, come ogni cosa veramente bella e profonda della vita, si impara nel sacrificio e nella rinuncia. Pensa alla tua vita: la cosa che ami di più è il tuo violoncello. La tua felicità sarà realizzata quando le tue dita, le tue mani, il tuo corpo saranno un tutt’uno con la musica che sgorga dalla tua testa, quando ti accorgerai che le tue dita si muoveranno prima ancora che i tuoi occhi abbiano finito di leggere le note, e ancora di più quando l’intera successione di note, accenti, crescendo, vibrati, pause, crome e biscrome sarà chiara nella tua mente ancora prima di cominciare a suonare. Tu hai un talento formidabile, ma hai capito fin dall’inizio che non ti sarebbe stato sufficiente per realizzare la felicità che immagini. Per questo hai rinunciato a tante cose: all’affetto della tua famiglia, che sa bene che non prenderai mai una laurea, eppure continua a pagarti il tempo che passi qua; ai tanti amici che hai conosciuto qua, ai quali spesso rinunci per non sottrarre tempo al tuo vero amore; alle tante ragazze che pure ti piacciono, chè se le mandi via presto al mattino è solo perché non ti impediscano di suonare, mentre ricordo bene che Francesca te la coccolavi fino a mezzogiorno, e quando se ne andava avevi due goccioloni così… E credi infine che io non capisca niente di musica? Quando sento che passi ore, e dico ore intendendo proprio ore, su un passaggio di tre note, e dico tre intendendo proprio tre, cosa significa questo? Ti piace forse? E’ divertente? Ripetere per ore e ore le stesse tre note? Non credo proprio! Ma quando, infine, dopo ore, a volte dopo giorni, sento svolgersi l'intero brano e finalmente arrivare alle tre fatidiche note, io, anche attraverso una porta chiusa percepisco nitida e limpida la tua gioia, il senso della tua rinuncia svelato nella bellezza che fuoriesce dalle tue dita. Io voglio amare Lucia molto più di quanto tu ami il tuo violoncello.” – Giovanni concluse esausto.
“Quando ti vedrò vincere le gare come Giacomo Agostini, allora capirò che Dio esiste” – era il segnale, anche Davide era stanco.
“E io so già che Dio ti ama, perchè suonerai l’Aida nell’Arena di Verona, signor Rostropovich” – gli rispose Giovanni sorridendo.
“Quando comincerai il lavoro?”
“Già fra due settimane. Poi ti faccio sapere”
“Ciao, fratello”.
“Ciao, amico caro. Dio sia con te.”

Giovanni cominciò il suo lavoro di ingegnere, e cominciò a guadagnare molto bene, tanto da comprarsi la tanto desiderata moto; Lucia se ne andò, non resse al progetto di vita che Giovanni desiderava per entrambi. Rimase incinta quasi subito di non so chi, non si laureò, si sposò e si separò nel giro di pochi mesi. Davide ebbe notizie di seconda mano di Giovanni, seppe che aveva sofferto moltissimo per Lucia, che pure l’avrebbe accolta di nuovo come e più di prima, con il figlio e tutti i bagagli di rimorsi al seguito, ma Lucia, evidentemente, se ne vergognava troppo, oppure il suo orgoglio era superiore al suo amore, o chissà che cosa.
Nemmeno otto mesi dopo il loro ultimo incontro Giovanni si schiantò con la propria moto contro un trattore; una domenica mattina, il telefono squillò anche a casa di Davide, per quel dolore inconsolabile, per quell’amico caparbio, per la sua passione per la moto, per la sua passione per la vita.
Pare però che Dio, come Giovanni gli aveva augurato, volesse proprio stare accanto a Davide. Fu infatti in seguito alla morte di Giovanni che Davide cominciò a frequentare gli amici del suo compagno, ad avvicinarsi a loro, dapprima con sospetto poi con l’impeto che lo aveva sempre distinto, a cercare sempre più assiduamente la loro compagnia. Fu per lui l’occasione di rivivere di nuovo con il suo amico, e al tempo stesso di scoprire quanto di buono la vita aveva tenuto in serbo per lui, a cominciare dalle cose che più amava, la musica e le ragazze. Se il suo fascino continuava ad attirarle, si trovò però stavolta ad affrontare persone solide, caparbie almeno quanto l’amico. E anche quando ne conosceva di più “deboli”, si accorgeva che tutte, pur nella medesima attrazione, ponevano qualcosa d’altro davanti alla loro vita, una speranza e un desiderio più profondo che lo costringevano a non essere mai banale, a scoprirsi sempre senza nascondere nulla di sè.
Forse aveva smesso di incontrare persone disperate, e questo lo costrinse a pensare che la speranza è per tutti, ma occorre sapere che esiste e poi desiderarla, e poi anche chiedere di conoscerla.
La spinta decisiva arrivò però dalla musica, era inevitabile. Il suo talento, insieme a quello di altri nuovi amici, portarono lui e gli altri a suonare per la loro gente, a mettere insieme feste piene di vita, di musica, di “frizzi”, feste che attiravano altri studenti, nuovi amici, e che instancabilmente rendevano manifesta una gioia di vita che aveva solide radici.
Questa incredibile ed entusiasmante avventura portò Davide e i suoi talentuosi compagni, fra cui non poteva mancare il nostro dottor Ugo, a girare l’Italia e conoscere un numero incredibile di persone, ciascuna delle quali raccontava a Davide di una speranza viva, di una esperienza positiva di vita e, in fondo pareva riportare a Davide un pezzettino del suo vecchio amico, come un puzzle disperso dal vento che piano piano volesse ricomporsi.
E soprattutto, portò il gruppo a Verona.
Era una giornata di aprile.
Ventimila giovani festeggiavano il Papa che veniva a incontrarli, a salutarli, a conoscerli.
Davide e i suoi amici erano in città dal giorno precedente. Alla mattina presto avevano raggiunto l’Arena, il luogo dell’incontro, dove, durante la notte, solerti operai avevano montato palchi e strumenti.
Detto così, il compito del gruppo era fin troppo semplice: intrattenere ventimila persone, che inveitabilmente dovevano entrare prima del Papa, in attesa che arrivasse Lui.
A pensarci bene era quello che avevano fatto negli ultimi dodici mesi, ormai decine e decine di volte, anche se con un pubblico di gran lunga inferiore. Ma quando il gruppo varcò l’ultimo degli archi, e si trovò di fronte all’immenso popolo, e soprattutto di fronte all’immenso palco e a quell’unica sedia, con tutto il significato che essa aveva, le gambe di ciascuno cominciarono a farsi di burro.
Troppo grande sembrava il compito. Il dottor Ugo chiese una preghiera insieme, e dopo il segno della croce attaccarono a suonare e a cantare insieme ai ventimila.
Durò mezz’ora, poco più, e fu l’esperienza più straordinaria della vita di ciascuno, a cominciare da Davide. Quando ormai si avvicinava il momento dell’arrivo del Papa, ormai alla fine dell’ultimo pezzo in programma, Davide si accorse che il dottor Ugo cominciava a mostrarsi sofferente. Non era nuovo a questi inconvenienti. Problemi nervosi, forse, ma con effetti improvvisi e imbarazzanti in parti del corpo diverse dalla testa…
In quel momento si avvicinò uno dei sacerdoti che curavano il protocollo della manifstazione e, affannato, chiese: “il Santo Padre è in ritardo di una decina di minuti, andate avanti ancora un po’”.
Nessun problema, pensò Davide, ma quando si girò di accorse che il dottor Ugo era sparito. Laura, una delle coriste, si avvicinò di corsa a Davide e disse: “Ugo non ce la faceva più. Ha detto che devi fare l’Aida, tu sai di che cosa si tratta!!”
“L’aida?.....No!.......l’Aida?!.........Sì!!!!” – Davide si illuminò, aveva capito.
Prese il microfono e si fece avanti in mezzo al palco, solo e senza strumenti. In quel momento le ventimila persone sembravano guardare solo lui, e del resto in quel momento era l’unica attrazione “in onda”. Con poche brevi parole spiegò il modo con cui avrebbero “giocato” con l’Aida: lui, il direttore, e le sue mani; mano destra in alto, cantano i maschi, mano sinistra, cantano le femmine; in mezzo ogni variazione possibile, a discrezione del direttore: entrambe le mani su, alternate, e più in su le mani più su il volume, mani a metà, volume a metà.
Ci volle un nulla ai ventimila per capire il gioco, e poi Davide attaccò il tema della marcia trionfale: “PoPo, Poropopo PoPo, Poropopo, Popo, Popopo, Po Po Po, Po Po Po, Po Po Po……”
Funzionò a meraviglia! Stronzo, ma geniale, il dottor Ugo.
Quando Davide finì, e rientrò in fondo al palco, stava entrando il Papa, e un saluto fragoroso e assordante esplose nell’Arena. Il Papa salutò tutti quei giovani, e parlò loro con parole di amore profondo.
Fu una festa grandiosa per tutti. E il ritorno tutti stanchi ma felicissimi.
Quando Davide, il giorno successivo, andò a visitare la tomba dell’amico Giovanni, stringeva fra le mani una foto, una foto del Papa, che accompagnò per mesi la foto dell’amico sulla lapide, e che recava una dedica inusuale e curiosa: “All’amico Giacomo Agostini, che vince tutte le gare. Firmato: Rostropovich.”

[end chapter 8]

Dedicato a Daniele.

giorgetto2read venerdì, 11 maggio 2007 | Permalink | commenti (33)
 

Chapter 7/ Part 2 - Girotondo a Cluj

7820495In qualche modo, questa volta è andata bene...
La guardia di frontiera austriaca ha sollevato un sopracciglio, ha sbirciato distrattamente da sopra ai documenti disposti nella mano destra come un mazzo di carte, oltre il finestrino di Luca; ha finto di prendere nota di qualche fondamentale dettaglio e poi ha restituito il mazzo bofonchiando qualcosa che è suonato come un "...ma dove kakkio volete andare con questo trabikkolo...?". Che vale comunque come un "andate pure".
Del resto, l'ormai anziano funzionario di dogana, l'ultima volta che ha visto passare un furgoncino così malridotto, carico di sbandati ridotti quasi peggio del loro mezzo di trasporto, è stato un paio di anni fa,