Buonanotte, dott. Ugo

   
storie di ordinarie vicende
e di uomini che non dicono niente.
 

Chapter 13 - Incontro

portoni

Faceva piuttosto freddo; anche se giù in basso tanta gente ancora riempiva le spiaggette e i prati in riva alla baia e si godeva il sole di metà settembre, su, in cima alla torre soffiava un vento gelido. Ma valeva davvero la pena andarci e trattenersi ad osservare il meraviglioso panorama: dalle Olympics fino al monte Rainier (vetta misteriosa e sempre avvolta da nubi ciclopiche) dalla catena del Cascade su fino quasi a sfiorare i confini del Canada, dal variopinto skyline del centro di Seattle fino alle più lontane baie, contornate da splendide casette immerse nel verde e barche a vela ancorate ai porticcioli. Non so se lo spettacolo fosse sempre così maestoso e insieme familiare: quel giorno certamente lo era.
Sabrina mi aveva dato appuntamento lì, in cima allo Space Needle, certa che qualunque taxista di qualsiasi nazionalità mi ci avrebbe portato in un batter d'occhio e senza poter fingere di non avere capito la destinazione. Era uno dei miei primi viaggi, certamente quello più lontano, e tentavo di parlare una lingua praticamente sconosciuta, ricordo sbiadito di assonnate lezioni al liceo, e che certamente risultava sconosciuta ai miei interlocutori.
Sabrina mi aveva solo detto:
"Stàmpati una foto da internet e mostrala al taxista. Ci vediamo in cima alle tre, tre e mezza".
Niente altro. Prima di salire mi scocciava parecchio essere arrivato così presto, prima dell'una, ma una volta arrivato me l'ero goduta, avevo fatto foto, letto una guida in italiano, guardato la gente e il panorama.
Sabrina era arrivata che erano quasi le quattro, e aveva cominciato subito a mitragliare una raffica di scuse, di incidenti, di accidenti....
"Tranquilla, tranquilla, è un ritardo da nulla, non fa niente".
"Oh, dici bene tu, sei in vacanza!"
"Sei bella come allora!"
"Ehi, nemmeno un ciao?"
"Sei tu che nemmeno hai salutato e già hai cominciato la tua litanìa tutta d'un fiato".
"Hai ragione, è che sono nervosa. Tu, invece - te lo posso dire? - sei ingrassato"
"Me lo puoi dire,..... anche se avrei preferito di no.... ma così posso abbracciarti meglio: dài, vieni!"
L'ultima volta che ci eravamo visti era stato vent'anni prima. Un saluto frettoloso e bugiardo alla stazione: alla fine della settimana, sul treno di ritorno dalle lezioni all'università, avevo "assoldato" il fido amico Franco perchè mi facesse il palo fuori dallo scompartimento, mentre dentro io ero certo di poter ottenere da Sabrina quello che non ero riuscito ad avere in tutto il tempo precedente. Ma Sabrina già da mesi aveva cominciato a respingermi, a negarsi il sabato sera, a chiudersi in appartamento dopo le lezioni e, ancora non lo sapevo, a vedersi con qualcun altro, Luca, credo, o forse già Carlo, quello che poi se l'era sposata.
Sabrina era soprattutto testarda, cocciuta, abitudinaria e meticolosa, ma serena. Una destinata ad ottenere tutto ciò che voleva, dalla vita. Aveva carattere e io me ne ero accorto subito, ma, essendo riuscito a "mettermi con lei" quasi senza alcuna fatica pensavo che poi sarebbe andato tutto in discesa....
A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età.
"Quanto tempo è passato....?!?"
"Hai ragione, Sabrina, tanto tempo..."
"Tutto invano"
Sapevo che ci sarebbe arrivata, lo sapevo, lo temevo, ero arrivato fin lì apposta; ma forse speravo di rimandare un po' il momento fatale.
Avrei voluto dirle - nulla accade invano - ma le chiesi:
"Come stai?"
"Come vuoi che stia?"
Avrei voluto dirle - vorrei sapere che sei felice come lo eri allora - ma le chiesi:
"Hai freddo, vuoi che entriamo"
"No, mi piace stare qui. Vengo spesso qui. E' sempre pieno di turisti, è impossibile incontrare qualche faccia conosciuta. E poi questo panorama, riesco a guardare così lontano che mi illudo di poter vedere....."
".....casa?"
"....sì, casa."
Avrei voluto raccontarle qualcosa dei nostri amici - ti ricordi di Paola? - la sua migliore amica di allora, ma le chiesi:
"Hai voglia di parlare?"
"....."
"Come vuoi, scusa"
"Alberto."
"Sì, dimmi"
"Perchè sei venuto fino qua?"
Non me l'aspettavo. Avevo preparato tutto, le mail, le telefonate, le avevo raccontato della visita di lavoro su a Yakima, gli indirizzi dei clienti che avrei visitato, le coincidenze, gli scali, gli aeroporti.... non pensavo proprio che avrebbe capito subito che ero lì solo per lei.
"Perchè ti voglio bene"
"Alberto, tu hai una famiglia e dei figli, così mi hai scritto. Sei venuto a fare una scappatella a migliaia di chilometri da casa? E tante altre cose ho capito da ciò che mi hai scritto: ho riconosciuto in quelle lettere una persona felice, quale tu non sei mai stato, almeno non fino a quando ci siamo frequentati."
"Eravamo giovani, pieni di rabbia....."
"Tu eri pieno di rabbia e di pretese, io non lo ero affatto"
Era vero. Sabrina era sempre stata la persona più raggiante che avessi mai conosciuto: raggiante, assai più che bella. Ma anche esigente, con se stessa prima ancora che con gli altri. Aveva un modo tutto particolare di credere in Dio, una fede semplice e ostinata, una fede di altri tempi, che sembrava rocciosamente sorretta da gesti rituali, abitudini, buone maniere, qualcosa che sembrava non potesse mai essere incrinato. Mi faceva soggezione, e mi faceva anche arrabbiare, allora, perchè pensavo fosse quella fede l'unico ostacolo fra me e la felicità che mi aspettavo da lei.
"Cosa è successo?"
"A me? oh, è semplice: Carlo è morto. Te lo ricordi Carlo?"
"Mi dispiace.... certo che me lo ricordo"
Erano partiti per gli Stati uniti in viaggio di nozze e non erano mai più tornati. Lui lo conoscevo poco, mi sembrava uno stronzetto, ma forse allora ero solo geloso; poi se ne erano andati e chissà lui cosa era diventato prima di morire.
Avrei dovuto dirle - la morte è solo il nostro viaggio di ritorno verso Dio - ma, pur conoscendo benissimo la risposta, le chiesi:
"Quando?"
"E' tanto ormai, sono dieci anni"
"E tu?"
"Ho perso lui, ho perso tutto quello in cui credevo, ho perso la voglia di sperare, ho perso la voglia di vivere, sono morta".
Sabrina non aveva lacrime. Il suo volto asciutto, impassibile, avrebbe potuto raccontare allo stesso modo dell'articolo di un quotidiano, o della lista della spesa. E invece mi stava raccontando qualcosa di terrificante. Sapevo che la vita qui era stata difficilissima per lei: pur disponendo di tantissimi soldi, un lavoro da favola, nella società più ricca e famosa del mondo, la sua vita era soprattutto un oceano di solitudine, di depressione, di storie durate il tempo di una sigaretta, di legàmi sottili come carta. Sapevo già tutto, o forse credevo di saperlo, ma Sabrina non mi risparmiò nulla: nulla della disperazione della sua vita subito dopo la morte di Carlo, della difficoltà di avere amici, amici veri, nulla mi sottrasse degli uomini che si andava a cercare ogni sera nei locali, nulla di ogni pasticca e polverina sciupata per nascondersi dalla paura.
Avrei dovuto dirle - fèrmati! la disperazione assoluta non esiste; se ancora senti il vuoto dentro di te è perchè desideri ancora l'amore - ma le dissi solamente:
"Andiamo a bere qualcosa".
Mi portò ad ascoltare un po' di musica rock, al Twilight o qualcosa di simile. Ormai cominciava a fare sera, una meravigliosa serata tersa e limpida, che si andava arrossando piano piano mentre il sole si tuffava lontano nell'oceano. Il locale aveva vetrate ampie e luminose che davano su una delle tante baie, e l'acqua immobile specchiava ogni piccolo dettaglio dell'altra sponda. Il mondo, quella sera, da lì, sembrava essersi duplicato: una parte in alto, chiara, tersa, affascinante e limpida; ed un'altra, ugualmente meravigliosa ma rovesciata all'ingiù. Niente avrebbe potuto descrivere il nostro incontro meglio del quadro incorniciato da quella finestra.
Avrei voluto dirle - guarda come è bello il mondo. si è fatto straordinario solo per te, questa sera - ma riuscii solo a chiederle:
"Cosa prendi?"
"Non so, un Martini.... poco alcool, voglio stare lucida, almeno per il tempo che ti fermi qui"
"Grazie, cara.... "
"E a te, cosa ti ha salvato? Come hai fatto? in fondo sei sempre stato un po' sfigato?"
Come cazzo faceva ad andare sempre al centro delle questioni? Cosa fossi vent'anni prima, questo lo sapeva bene, ma cosa ero allora, quella sera, come poteva saperlo? Eppure....
"Non sei molto carina..."
"E' la verità. Eri bellissimo, fisicamente mi piacevi un sacco, ma non hai mai capito niente della gente che ti stava intorno, a cominciare dalle ragazze."
"Sono ancora così"
"Bellissimo... insomma.....direi di no! Quanto al resto, non so. E allora? Qual è la ricetta?"
Avrei voluto dirle - non ci sono ricette, ho solo cominciato a fidarmi degli amici; di quelli che, come te allora, erano felici della compagnia di Cristo - ma non feci altro che dirle:
"Forse sono solo stato fortunato"
Lei sollevò i suoi occhi meravigliosi e spenti; mi fissò a lungo e poi: "Vuoi passare la notte da me?"
 
La sera che rientrai dal viaggio, molto tardi una notte, mia moglie era ancora sveglia ad aspettarmi. Non notò subito le mie mani, ma quando lo fece si bloccò per un attimo e nel tempo di un battito di ciglia parve aver capito tutto quello che mi era successo. Non mi chiese mai perchè avessi le nocche insanguinate e tumefatte. Forse temeva che, se lo avesse fatto, le avrei detto una bugia, una qualsiasi tipo - sono caduto dalle scale dell'albergo.
Mi parlò solo tre giorni dopo:
"Ci sei stato a letto?"
La verità. Sarebbe bastato dirle la verità. Mi sarebbe bastato raccontare che ero rientrato in albergo ormai all'alba, dopo aver preso a pugni ogni lampione, ogni portone, ogni muro che mi si era parato dinnanzi. Mi sarebbe bastato dire - No. Lei sapeva benissimo che non c'ero andato a letto, ma sapeva altrettanto bene che lo avevo desiderato più di ogni altra cosa al mondo, in quel momento. E queste sono cose che non si riesce a perdonare facilmente.
Avrei voluto raccontarle - credimi, la cosa che più mi ha sconvolto è che non sono riuscito a dirle niente, a fare niente per lei - ma anche questa volta non mi uscì nulla se non un:
"Potrei spiegarti...."
"Lascia stare, mi ha detto don Claudio che domani vai da lui. Parlane con lui e poi, io e te, ....vediamo"
Ero partito con la presunzione di salvare il mondo. Mi sarei accontentato di salvare un amica. Avevo fallito l'uno e soprattutto l'altro dei miei obiettivi. Forse perchè, come lucidamente la mia amica mi aveva detto, ero solo uno sfigato. O forse perchè solo Dio può salvare, Lui solo può perdonare, anche se si serve di sfigati, anche se preferisce i disperati. Chi lo sa se davvero la mia amica non fosse più vicina a Lui di quanto lo fossi io? Chi lo sa? Io l'avevo amata un tempo con l'amore di un adolescente, l'avevo poi desiderata con la concupiscenza di un uomo, ma potei solo affidarla a Dio sperando che, un giorno, trovasse la sua pace. La mia pace.
 
Quante donne bastano per salvare un uomo? Quanti amici servono per salvare il mondo?
Quella volta andai fino ai confini di un oceano per scoprirlo, ma lo capii davvero tornando a casa.
La mia casa.

giorgetto2read mercoledì, 14 novembre 2007 | Permalink |





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