Buonanotte, dott. Ugo

   
storie di ordinarie vicende
e di uomini che non dicono niente.
 

Chapter 17 - Il viaggio

la tolda della nave - Pupanna

 foto per gentile concessione di pupanna
tutte le foto di pupanna sono visibili nel suo spazio su flickr

Eravamo partiti per un viaggio di conoscenza.
Eravamo saliti su un aereo diretto lontano, arrivato da non si sa bene dove. Avevamo preparato valigie leggere, pochi effetti e un mare di curiosità. Avremmo lasciato pure quelle, se avessimo saputo a cosa andavamo incontro. Avevamo disdetto appuntamenti, lasciato appartamenti, abbandonato impieghi, salutato amici.
Ed eravamo corsi veloci verso un destino ignoto ed amico, in anticipo sul tempo.
E nulla ci sembrava così vicino come la speranza di una vita felice, niente ci sembrava più facile che contare su noi stessi. Non eravamo neanche giovani e neppure adolescenti.
Ma eravamo una corda tesa, una pelle di tamburo riscaldata dal sole, eravamo pioggia e vento e sale e luci nel buio.
Come l’arrivo notturno in una grande città: un bagliore diffuso e indistinto che lentamente si accende di luci via via più splendenti, prima disposte in sparpagliate file poi mutando in geometrie curiose, e infine rivelando palazzi, case, camere, auto, lampioni, gente. E quando il rombo dei motori sembra svanire, d’improvviso un pezzetto di buio invade l’oblò prima di sentire il tonfo delle ruote sulla pista.
Eravamo sorpresa e rossore, desiderio e tremore.
Eravamo un fuoco sottile, caldo e accogliente, pronto a divampare nel petto all’arsura di un cielo tropicale, in una notte rovente.
Eravamo gelo all’addiaccio, i sensi smarriti in bicchieri di vodka con ghiaccio.
Eravamo un risveglio tardivo, letti disfatti e camere spoglie. Eravamo giorno, attesa, corsa, fame e rabbia. E mentre l’inverno pareva lontano come la città che avevamo lasciato, scoprivamo di essere diventati grandi senza avere ancora conosciuto nulla.
 
Un viaggio inutile. Una corsa verso il niente. Un respiro affaticato da gradini di fango.
E così ci inventammo la nebbia. Diventammo nuvole grevi e gelide nelle mattine di inverno; auto sporche che rombavano veloci verso il buio dell’anima, verso il freddo dell’alba.
Diventammo cicche di sigarette spente rabbiosamente fuori dai motel, marmitte fumanti in mezzo al rumore di camion lontani, parole sempre uguali sussurrate tra nuvole di fumo e sciarpe arrotolate.
Cercavamo camere accoglienti e femmine compiacenti, saluti affrettati e indumenti gettati; docce bollenti e lenzuola pulite, ruvidi accappatoi e posacenere sui comodini.
Vite veloci, giorni senza domande, serate senza risposte, notti senza sogni.
Come la partenza all’alba da una grande città: i vagoni che sussultano sferragliando, la banchina che si allontana, il tremore che si diffonde alle porte, ai sedili, alle mani, al libro, e mentre lo sguardo si sfianca contro il finestrino appannato piano piano compare la periferia, lo sterco sui binari, le baracche, i rifiuti, la gente. E quando il crepitare dei binari sembra sovrastare lo squallore, d'improvviso ecco che il giorno scompare dentro al gelo di una galleria.
Diventammo grigio e vapore, sonno e torpore.
Diventammo fogli di giornale sollevati dall’onda del treno, fluttuanti per secondi interminabili prima di essere di nuovo sospinti in alto, poi in basso, volando strappati, laceri, sporchi.
Lettere indistinte nell’aria. Illeggibili, inutili.
E mentre l’estate pareva distante come l’amore che avevamo cercato, scoprivamo di essere diventati uomini senza avere ancora conosciuto nulla.
 
Cosa scegliemmo di fare? Quale voce ci spinse a desiderare il riposo? Quale ci spinse a posare i bagagli? Quale letto scegliemmo di adornare con lenzuola di seta? E su quale invece posammo una sposa radiosa?
Quale viaggio ci portò così lontano da non desiderare un ritorno? E quale ci spinse a credere di dormire finalmente sonni tranquilli? Quale notte ci sembrò così lunga? E quale invece passammo sospesi come un’aurora boreale, come un tempo mai uguale?
Ci sembrò un’attesa senza orario, una missiva senza destinatario.
Ci parve un viale senza luci, un giardino senza voci.
E nello scorrere di un fiume torbido, invano cercammo ciottoli da gettare, rumori da ascoltare, gemme da scoprire, solchi da riempire.
Ci apparve tutto più lontano, nulla più a portata di mano.
Ci apparve un sogno senza risveglio, e mentre alzando lo sguardo cercavamo stelle brillanti, sentivamo solo echi di rancori profondi, distanti.
Come un punto tra due destinazioni, come un ponte sospeso sul vuoto senza protezioni; come il viaggio che avevamo intrapreso, a metà del quale ci eravamo riscoperti soli e disperati, stanchi e affamati.
Una scelta sbagliata, una risposta non data.
Una domanda mai posta, per non correre il rischio di sapere quanto costa…
 
...viaggiare, correre, mutare, cercare, sbagliare, amare, desiderare, spendere, gettare, tornare, entrare, guardare, sognare, credere. ...sperare. ...vivere.

[end chapter 17]

giorgetto2read lunedì, 25 febbraio 2008 | Permalink |





Heracleum blog & web tools